un cronopio sul comò

Rapporti di ricerca aggiornati sulla vita sessuale delle formiche australiane e sugli ultimi avvistamenti di corridori onirici.
martedì, 24 giugno 2008

Racconto estivo

Oggi parto per Berlino. Emigro. Ho due valigie enormi a confermarlo. E due mesi di silenzio su questo blog, per cui spero di farmi perdonare con un raccontino estivo che potete scaricare e leggere sotto l'ombrellone.
I prossimi post saranno una sorta di diario berlinese. Anzi, facciamo che non ho scritto nulla, anche se non intendo cancellare la frase precedente. Non me la sento di fare promesse perché davvero è tutto "alles wieder offen" (tutto di nuovo aperto), citando l'ultimo album degli Einstürzende Neubauten.
Cercherò una casa, un lavoro, inizierò a studiare il tedesco. E farò tutte le cose fantastiche che solitamente si fanno a Berlino.
Un passo alla volta, però. Adesso, la mia principale preoccupazione è cercare di farmi pungere da un ragno radioattivo per acquistare dei superpoteri. O non riuscirò mai a sollevare le due gigantesche valigie (più borsa a tracolla per il pc) che testimoniano, aldilà di ogni dubbio, che sto emigrando, mica vado a fare un viaggetto. No, sapete, ho il treno alle 19. Se qualcuno qui a Roma vuole fare le veci del ragno radiattivo e darmi una mano a portare le valigie...


(.... racconto in fase di revisione...)
postato da uiuisa alle ore 23:32 | link | commenti (5)
categorie: viaggi, racconti, colori
martedì, 22 aprile 2008

POLVERE

Viveva in quella casa una donna cieca che per conoscere le cose leccava la polvere. Una lunga malattia l’aveva resa paralitica e le aveva atrofizzato i sensi.

La sua lingua soltanto era viva. S’insinuava in una fessura fra i mobili, dove la polvere s’era nascosta da anni, e di ogni granello riconosceva la provenienza. Sentiva i frammenti della pelle di sua madre, che forse s’erano staccati dalle mani screpolate dalla dermatite, quando le grattava dopo aver lavato i piatti, e la lanugine di una gonna che aveva indossato quand’era bambina, e il polline che entrava in casa quando c’erano ancora i pioppi sulla strada, e i pilucchi delle lenzuola al cloroformio dell’ospedale vicino, grevi del sudore dei malati.

Leccava i vecchi mobili con gratitudine, poiché la sua lingua vedeva più lontano di quanto in passato avevano potuto vedere i suoi occhi.

Andò a vivere con lei una nipote. Era diplomata in infermeria e aveva fatto volontariato in una casa di cura per anziani. Era stata assunta per il turno mattutino al reparto lungodegenti dell’ospedale vicino e aveva considerato un dono del cielo poter assistere anche la vecchia zia paralitica. Aiutare i bisognosi appagava il suo grazioso orgoglio e la bontà d’animo si addiceva perfettamente al suo biondo e pulito caschetto.

Arrivò un pomeriggio di novembre, con una valigia rigida e senza un graffio, comprata per l’occasione. Cadeva una pioggia talmente leggera e sottile che restava a lungo sospesa nell’aria prima di raggiungere il suolo. La nipote restò sulla soglia cercando uno stuoino per asciugarsi le scarpe e, non trovandolo, prese mentalmente nota di comprarlo l’indomani, insieme ad un rastrello per raccogliere il grasso manto di foglie ammuffite che circondava la casa. Trovò le chiavi nella cassetta della posta, sopra una pappa informe di lettere bagnate (prese nota di chiamare le aziende per la fornitura elettrica e del gas, poiché probabilmente c’erano anche bollette là in mezzo). Appena entrata la sua mano affusolata tremò sul manico della valigia e le ordinate note nella sua mente vacillarono sotto la valanga in arrivo. La giovane infermiera si perse d’animo, ma solo per un momento. Tutta la casa era in uno stato di pietoso abbandono e puzzava di muffa e pipì di gatto (o almeno sperava fosse di gatto).

La zia era seduta in un angolo della cucina, con la testa appoggiata alle mattonelle unte e chiazzate di sugo. La polvere era ovunque, come l’acqua di una palude, e la muffa disegnava le pareti.

La zia sorrideva, minuta e sognante. Forse neanche l’aveva sentita entrare.

Presa da un incontrollabile disgusto la nipote corse ad aprire una finestra e vomitò sulla strada. Era già buio. Troppo tardi per cercare un albergo onesto e decente. Troppo tardi per tornare a casa. Si asciugò la bocca col dorso della mano e represse violentemente il pianto che stava per tradire la sua determinazione. Ma uno sguardo alle chiazze giallastre sulla strada e sul muro della casa fu il colpo che la vinse. Prendere nota di dover pulire anche il proprio vomito era troppo e ci avrebbe messo una vita intera a mettere ordine in quella casa. Si concesse di piagnucolare due minuti. Poi si asciugò bruscamente le lacrime calde contro il gelo novembrino, chiuse la finestra e si avvicinò alla muta figura rannicchiata sulla sedia in cucina. Baciò la zia sulla fronte e sentì che dormiva.

Cercò inutilmente una penna funzionante e un foglio per mettere ordine alle sue note. Rassegnata, reprimendo l’orrore per quella sporcizia immane e la tosse che la scuoteva (era allergica alla polvere), si adagiò sul divanetto in finta pelle del soggiorno e cercò di prendere sonno.

La risvegliò un calore umido sulla mano. Nel dormiveglia sentiva una pressione delicata e continua fra le dita, come il leccare curioso di un gattino. Ritrasse la mano con istintivo disgusto. La zia, china al suo fianco, fissava il divano con occhi ciechi, scotendo leggermente la testa e arricciando le labbra rugose, bagnate di saliva, in una smorfia offesa.

L’episodio inquietò appena la giovane nipote, poiché la luce del mattino aveva rinsaldato la sua fiduciosa razionalità e reso persino meno terribile lo sporco e l’abbandono che la circondavano (seppure più visibile sotto i fasci di luce era la polvere che addensava l’aria, simile alla pioggerellina della sera prima nella sua indecisione a posarsi).

La nipote uscì di buon mattino e tornò dopo due ore con scope, detergenti e disinfettanti d’ospedale. Nei giorni che seguirono il tanfo di muffa, dell’unto e delle chiazze di sugo in cucina fu sostituito da un pesante odore di detersivo alla mela verde e sapone per pavimenti al limone e aceto.

La zia si chiuse in un angolo accanto alla finestra del soggiorno come in una invisibile prigione.

Non c’era più polvere sui mobili, non c’erano più capelli ammucchiati lungo il battiscopa né grumi di foglie e polline macerato sui bordi delle finestre a testimoniare del mondo di fuori e dello scorrere delle stagioni.

Quando l’infaticabile infermiera sorprese la zia ad insinuare la lingua fra le fessure dei mobili e gli angoli nascosti, la sua dovizia aumentò. Un lunedì si assentò per tutta la giornata. La vecchia pensò se ne fosse finalmente andata e fu felice, con la stessa rassegnazione del suo arrivo nella casa. Ma la nipote tornò a tarda sera. Era andata nella città più vicina per comprare gli ultimi ritrovati della lotta agli acari e alla polvere, insieme ad un aspirapolvere a dodici velocità e tredici accessori e ad uno spray che risucchiava lo sporco dagli angoli più lontani.

La zia continuò a cercare segni del mondo di nascosto, quando la nipote dormiva o era essente. Arrancava furtiva nella casa che era stata sua, sperando che prima o poi quella nuova cecità terminasse e tornassero la solitudine e la polvere.

La nipote d’altro canto affinava le sue arti protettive. Scoprendo alla luce radente del mattino tracce madreperlacee di saliva sui muri e sul legno dei mobili, come vi fossero passate silenziose lumache, si sorprendeva sempre più della stranezza della zia e raddoppiava le sue ore di pulizia e sorveglianza, rinunciando spesso agli innocui svaghi di paese e ad uscire con le colleghe dell’ospedale.

La zia soffriva perché la sua casa e il mondo non le parlavano più. Il passato era così lontano e senza le tracce da assaggiare nella povere a testimoniare quel che c’era stato, non poteva far altro che dimenticarlo. Priva del ricordo era come morta e si sentiva rinascere e morire ancora come un insensato moscerino della frutta. E non v’era speranza che a parlarle fosse la nipote, almeno non nei normali canali di comunicazione. Cominciò ad avvicinarsi a lei mentre dormiva, a leccarle piano i capelli e la pelle scoperta. Se la sua giovane carceriera accennava a svegliarsi, si ritraeva rapida come un ratto dalla culla. Leccava i suoi vestiti del giorno prima nel cesto della biancheria e il suo cappotto appeso all’ingresso quando tornava dal lavoro o dalla spesa e si chiudeva in bagno per la toeletta quotidiana. Venne a sapere della nipote molto di più di quanto avrebbe appreso da sue improbabili confidenze o se l’avesse pedinata nelle sue uscite. Sapeva dove s’era fermata a far colazione prima di iniziare il turno all’ospedale, dalle briciole che si attaccavano al bavero del cappotto; la polvere che restava sulle scarpe le riferiva dei posti che aveva attraversato e delle strade che aveva preso per tornare a casa; frammenti di pelle che le sensibilissime papille captavano fra i capelli caduti sulle mattonelle del bagno le raccontavano delle persone che aveva incontrato per strada o dei colleghi con cui aveva lavorato e dei malati che aveva toccato.

Credendo d’aver raggiunto una intimità con quella nipote finora sconosciuta la zia cominciò a interrogarla sulle persone che frequentava e a chiacchierare oziosamente sui luoghi che accoglievano le ore della sua giornata.

La nipote dapprima si stupì che la zia conoscesse certi particolari delle sue uscite che neanche fosse stata presente avrebbe potuto ben vedere. Cominciò ad indagare, interrogando i vicini che costantemente negavano d’aver raccontato alcunché all’anziana parente e che, in ogni caso, non potevano averla pedinata in certi luoghi in cui era sicura d’esser sola. Infine, non trovando alcuna spiegazione all’accuratezza di descrizione di quella donna cieca, ne fu sinceramente spaventata.

Era una convinta razionalista e, non riuscendo ad attribuirle poteri paranormali o arti di stregoneria, cominciò a temere la zia più di quanto l’avesse compatita in passato per le sue stranezze.

Ricordava quasi con rimpianto i primi tempi della loro convivenza, quando la vecchia se ne stava immobile e ciondolante accanto alla finestra del soggiorno e osava muoversi solo quando non si credeva osservata, strisciando fra le vecchie sedie e gli spazi immacolati fra i mobili in cerca di chissà cosa. Ora girellava sempre attiva e arzilla sulla nuova sedia a rotelle che aveva chiesto in prestito all’ospedale, e le veniva incontro come una figlia quando tornava dall’ospedale, o una cagna scodinzolante, con un sorriso famelico.

Sentendo di non poter sopportare oltre quel febbrile affetto e quelle inquietanti conversazioni, si convinse ipocritamente che la zia non aveva bisogno delle cure di una devota nipote, ma delle regole sapienti di una casa di cura.

Chiamò a casa uno psichiatra per dimostrare la malattia della zia e la propria inadeguatezza a prestarle le dovute attenzioni.

Il medico conosceva già la vecchia signora e non volle strapparla alla sua casa. La nipote meditò i chiamarne un altro dalla città. Si fece sostituire da un’amica all’ospedale per essere disponibile e ben preparata il giorno dell’appuntamento. Tornò persino con alcuni libri di psichiatria presi in prestito in biblioteca per prepararsi ad una adeguata descrizione dei sintomi della povera zia. Sfogliando le pagine di un capitolo sulle manie si concesse uno sguardo soddisfatto all’appartamento che aveva salvato dal disfacimento. Aveva fatto un gran lavoro, sembrava quasi un’altra casa. Si convinse d’aver fatto il possibile anche per la zia: non era forse più allegra negli ultimi tempi a causa delle sue attenzioni? Tuttavia il suo diploma da infermiera era inadeguato a arginare gli effetti di una seria malattia mentale. E ancora stava facendo solo del bene per la cara zia, affidandola alle cure di esperti. La casa sarebbe rimasta a lei, ovviamente, quale giusta ricompensa del suo impegno e amore filiale. Così pensava e sorrideva fra sé sfogliando le pagine del libro e annotandosi i sintomi su un quaderno a quadretti.

Sconvolta dal tradimento di quella che nonostante tutto aveva creduto di conoscere, la zia si chiuse in bagno per un’intera nottata. Ne uscì poco prima che la nipote si svegliasse e attese che uscisse di casa per recarsi al lavoro. Quando la nipote tornò fu sorpresa di sentire un piacevole odore di ragù sulla soglia di casa. Entrando si accorse che la vecchia zia aveva probabilmente passato tutta la mattina ai fornelli.

La giovane fu lieta della novità. La zia non aveva mai cucinato dal suo arrivo nella casa e che si dedicasse ad una attività domestica era un buon segno.

Le aveva preparato uno spezzatino di carne con sugo e piselli, accompagnato da un vinello molto rosso. Era una carne strana e porosa, ma molto saporita.

La zia apparecchiò in silenzio, poggiando i piatti sulle ginocchia mentre muoveva le leve della sedia a rotelle e rifiutando di farsi aiutare, e sempre in silenzio l’osservò mangiare.

Non mangi nulla, zia?

La vecchia sorrise e una striscia scarlatta le colò dalle labbra al mento.

Oh, zia, ti sei tagliata, fa vedere…

La zia scoppiò in una muta risata e le sue labbra si aprirono su una voragine sanguinolenta e vuota.

La nipote guardò quel buco orrendo, poi il piatto con i resti dello spezzatino, e comprese.

Corse in bagno a vomitare ma le sue viscere non vollero liberarsi di quella lingua morta.

Non potendo comprendere le ragioni del gesto della zia la sua mente si spezzò e cadde in abbandono.

La lingua le penetrò nel cervello e cominciò anch’ella a leccare mobili e pareti, senza però conoscere null’altro la vacuità di quel gesto ripetuto e morto.

La nipote un giorno si tagliò la lingua leccando un vetro rotto e, incapace di reagire, morì dissanguata.

La zia attese in solitudine nella casa vuota e ricca di polvere, senza poter più sentire né amare.

 

postato da uiuisa alle ore 19:05 | link | commenti (6)
categorie: racconti
martedì, 08 aprile 2008

Baby Dee – Safe Inside The Day

Autore: Baby Dee
Genere: songwriter
Etichetta: Drag City
Uscita:
Gennaio 2008

Tracklist:
Safe Inside The Day
The Earlie King
A Compass Of the Light
The Only Bones That Show
Fresh out of Candles
Big Titty Bee Girl (from Dino Town)
A Christmas Jig For A Three-Legged Cat
Flowers On the Tracks
The Dance Of Diminishing Possibilities
Bad Kidneys
You'll Find Your Footing







Chi è Baby Dee? Fatevi un giro sulla rete: non c’è recensione che non parli del personaggio e della sua diversità come introduzione o ciliegina al rum sulla crema delle canzoni. Ci interessa sapere che è una performer transgender, che ha esordito come artista da strada suonando l’arpa vestita da orso, che è amica di Antony e di David Tibet, ci serve tutto ciò per ascoltare la sua musica? (Eh sì… ci interessa. Chi se lo fila un disco così fuori tempo e strambo se non fai leva sulla curiosità del personaggio?)

Ora parliamo della musica però.

Il disco inizia con la piano ballad sentimentale “Safe Inside the Day”: voce intensa che scivola fra crescendo emotivi e diminuendo malinconici in pieno stile Antony (ma Baby Dee, seppur intonata ed espressivamente dotata, non ha il pathos naturale dell’amico Antony, che farebbe sciogliere il cuore di ogni supercattivo).

Segue “The Earlie King”, divertita e atipica canzone da cabaret. E di nuovo una lacrimevole ballata “A Compass of the Light”. E il jazz barocco da avanspettacolo di “The Only Bones Thet Show”. E poi? Ora dovreste aver capito: altro pezzo lento e sentimentale.

L’alternanza triste/sentimentale e allegro/sfrontato è di una rigorosità disarmante. L’inventiva e le sorprese non stanno certo nella struttura del disco (e neanche in quella delle canzoni: sono “semplici” pezzi jazz, swing, cabaret songs, piano ballads sentimentali, o addirittura piccole composizioni di musica classica, come “A Christmas Jig For A Three-Legged Cat”).

Ad impreziosire queste divagazioni fra generi fuori moda sono lo stile vocale teatrale e sopra le righe e l’indubbio talento melodico di Baby Dee, che non spezzerà i cuori come l’amico Antony, ma li farà sicuramente divertire e commuovere, come un buon musical off off Broadway.

Valgono da sole l’acquisto dell’album almeno tre canzoni: “Flowers on the Tracks” (fragile e bellissima composizione da camera per pianoforte e archi), “Bad Kidneys” (incipit jazz noir con sax da locale notturno che sfocia in sguaiato canto zingaresco per voci ubriache e fisarmonica) e “You'll Find Your Footing” (deliziosa malinconica canzone in punta di piano, arpa e violini).

postato da uiuisa alle ore 19:06 | link | commenti
categorie: musica
martedì, 08 aprile 2008

Xiu Xiu – Women As Lovers

Autore: Xiu Xiu
Titolo: Women As Lovers
Genere: alternative rock
Etichetta: Kill Rock Stars
Uscita : Gennaio '08
Tracklist:
I Do What I Want, When I Want
In Lust You Can Hear the Axe Fall
F.T.W.
No Friend Oh!
Guantanamo Canto
Under Pressure
Black Keyboard
Master of the Bump
You Are Pregnant, You Are Dead
The Leash
Child at Arms
Puff and Bunny
White Nerd
Gayle Lynn


14 canzoni in perfetto formato radiofonico (2-3 minuti) che col radiofonico c’entrano meno che il prezzemolo con la torta alla crema (ebbene sì, il famoso detto popolare sul prezzemolo è sbagliato: pensate che schifo mettere il prezzemolo nei bignè al cioccolato o nel caffè).

Infatti le 3 minutes pop song degli Xiu Xiu sono quanto di più lontano possa esserci dal piattume rock posticcio e carta carbone di cui ci nutrono mtv e le nostre emittenti.

Sicuramente non puoi ascoltare questo “Women As Lovers” (come qualsiasi altro disco dei nostri) facendo qualcos’altro, perché ti disturberebbe parecchio. Non sono le solite inoffensive e paciose canzonette pop rock che puoi mettere su mentre studi, chatti o guidi, perché quelle pause interrotte da trilli, riff anarchici di chitarra e irruzioni graffianti di sassofono e altri strumenti difficilmente identificabili ad un primo ascolto, ti farebbero saltare i nervi con conseguenze devastanti (chessò, insultare il fidanzato in viaggio studio all’estero in chat, o il fuoristrada che ti fa il sorpasso, con successivo probabile incidente). No, l’ascolto di queste 14 tracce richiede completa attenzione e dedizione.

Ma ne è meritevole? A voi la risposta. Ci sono persone che traggono un intenso piacere dallo svolgere astratte equazioni o risolvere rompicapi. Altre che usano il cubo di rubik solo come schiaccianoci o fermacarte. Personalmente sono a metà fra questi estremi. Dalla musica chiedo sperimentazione, stimolazione ed emozione.

In questo disco non manca il tentativo di emozionare con la splendida chiosa di “Gayle Linn” o la ballata “Master of the Bump”. Ma è un sentimento esangue.

Menzione a parte merita “Black Keyboad”, una struggente, delicata ballata in levare, sospesa fra le corde pizzicate della chitarra e il canto senza risoluzione di Stewart.

Altri pezzi, come “Child at Arms” con le sue variazioni isteriche, o “Puff and Bunny” coi suoi giochini cacofonici, potrebbero farti saltare i nervi soprattutto dopo che vi hai prestato attenzione.

La sgangherata cover di “Under Pressure”, che vede la partecipazione di Michael Gira, è un simpatico divertissement. E l’apprezziamo per questo. E per Gira, naturalmente.

Che lo troviate fastidioso e irritante, o che lo amiate per le sue intelligenti e stimolanti trovate musicali, è certamente un disco che non lascia indifferenti e non scivola via facilmente, come le tante, troppe, tonnellate di 3 minutes songs che quotidianamente ci ammorbano le orecchie e appiattiscono lo spirito.

postato da uiuisa alle ore 18:00 | link | commenti
categorie: musica
giovedì, 03 aprile 2008

Le navi di carta

- Stai dormendo?

Gli tocca delicatamente la spalla, lascia camminare indice e medio fino al collo e giù lungo la spina dorsale.

- Cosa c’è?

Chiede lui con voce roca, sospira, si volta pesantemente.

- Non riesco a dormire

- Dai, dormi.

- Pensavo… come sarà tutto fra dieci, vent’anni? E noi come saremo?

Le si avvicina, le passa un braccio sulla vita, strofina piano i piedi freddi di lei fra i suoi, finché sente che il respiro rallenta, il corpo di lei si adagia nel suo, scivolando nel sonno.

- Saremo più vecchi.

 

La ragione per cui il signor Fanti ha fatto esplodere l’ultima nave delle Spes Industries non può essere conosciuta se non analizzando la sua storia personale. Andrea Fanti non risulta essere iscritto a nessuna associazione politica, para-militare, terroristica.

La ragione per cui il signor Fanti è penetrato nella residenza privata del Presidente delle Spes Industries, disarmato e in evidente stato confusionale, può essere supposta a partire dalle dichiarazioni dei vicini e dei testimoni. Una delle guardie personali del Presidente l’ha freddato con un colpo alla nuca. Pare che Fanti stesse frugando nella cineteca personale del Presidente, quando la guardia l’ha freddato. Pare che Fanti fosse un padre di guerra, che sua figlia avesse diciassette anni quando ricevette la chiamata. Come sappiamo, tutti i padri di guerra sono orfani dei loro figli. Nessuno e tornato. Scusate, pare che nessuno dei figli sia tornato. Dicono che la moglie di Fanti fosse una Sognatrice. Abbiamo ragione di credere – grazie alla testimonianza di una cameriera personale del Presidente – che Fanti stesse guardando la registrazione video del decollo della nave Spes 11 quando la guardia personale del Presidente l’ha freddato con un colpo di pistola alla nuca. Secondo le statistiche i Sognatori sono i migliori clienti delle Spes Industries. Per ogni nave che decolla, il 70% dei passeggeri sono Sognatori. Nessuno è tornato. Il Presidente delle Spes Industries dichiara di possedere le registrazioni che l’addetto alle comunicazioni di ogni nave Spes in missione gli invia mensilmente. Si suppone che Andrea Fanti stesse cercando le registrazioni della nave Spes 11 nella residenza privata del Presidente. Non c’è ragione di credere che non le abbia trovate. Non c’è ragione di credere che le navi siano scomparse, si siano disintegrate, o siano alla deriva nello spazio. I vicini dicono che il signor Fanti fosse una persona mite e gentile, sempre disponibile, molto riservata e umile. Dicono che uscisse molto di rado da quando sua moglie si era imbarcata sulla Spes 11. Aspettava il ritorno della figlia, dicono, perché non trovasse la porta chiusa. Ma tutti sanno che i figli di guerra non tornano.

 

- Stai dormendo?

Lui si volta; stava per addormentarsi.

- No. Cosa c’è?

- Fra una settimana parto.

- Hai avuto il lasciapassare?

- No. Lo sai che sono bloccati.

Non dice altro. Andrea inizia ad intuire, accende la luce, la guarda in viso.

Anna sta piangendo in silenzio.

- Lo sai che è buffo? – dice lui acidamente.

- Cosa?

- Non possiamo prendere l’auto o il treno per passare il confine, ma possiamo andare liberamente nello spazio.

- Non lo trovo buffo – dice lei, strofinandosi gli occhi – E’ ingiusto, ma sensato.

Lei parla di quanto sia ragionevole il blocco ai confini, di quanto siano state coraggiose le Industrie Spes a investire nelle navi. Lui non ascolta più. Guarda le pareti ingiallite della stanza in cui hanno passato gli ultimi vent’anni, la sedia a dondolo dell’IKEA che adesso fa da attaccapanni, il cesto della biancheria che Luce aveva usato come casa delle bambole, i vecchi cd, i poster dei film che amavano a vent’anni e che non avevano tolto neanche quando avevano imbiancato le pareti.

- Resta con me.

Lei non risponde subito. Prima lo guarda con affetto, poi arriccia le labbra. Si è accorta che non l’ha ascoltata. Ma è un momento troppo grave per fingersi offesa.

- Non posso, cerca di capire. Lo sai che ti amo, ma non posso continuare a lasciarmi vivere così, ad invecchiare e aspettare di morire, mentre muore tutto. Muore tutto.

Ha sempre avuto questo vezzo di ripetere le frasi drammatiche, come se stesse recitando, come se avesse un pubblico invisibile.

- E se Luce torna? Cosa penserà se torna e non ti trova?

- Smettila, sei patetico. Lo sai che non torna.

Lui non risponde. Vorrebbe trovare argomenti per farla restare, ma si sente svuotato, come in sospensione, le orecchie ovattate. Sente che è il momento, che deve fermarla ora, o la perderà per sempre, che con lei perderà ogni cosa, ma non riesce a muoversi, a parlare, come in un incubo è paralizzato.

- Se queste navi fossero fatte per arrivare davvero da qualche parte lascerebbero salire solo i giovani e coloro che possono riprodursi. Poi renderebbero pubbliche le comunicazioni. Perché non sappiamo niente di quelli che sono partiti con le altre navi? – sente le parole che escono distanti dalla sua bocca, come se fosse un altro a pronunciarle. – Salire su quelle navi è un modo molto fantasioso e costoso di suicidarsi – questa l’aveva letta su una rivista.

- Smettila di ripete quelle stronzate che leggi sulle riviste – dice lei aspra. – Tengono le comunicazioni segrete proprio per depistare i conservatori xenofobi che scrivono su quei giornali e fomentano i gruppi terroristi.

- L’unico segreto qui è che non esiste nessuna comunicazione, non c’è nessuna registrazione nella maledetta residenza del maledetto presidente della Spes. Ci sono solo le sue casseforti piene dei soldi di quei pazzi che hanno comprato i suoi biglietti di sola andata.

- Queste sono le bugie che mettono in giro per screditarlo. La verità è che il Presidente è stato l’unico che ha avuto il coraggio di investire nello spazio, di trovare una speranza, un’altra strada, mentre tutti stanno ad azzuffarsi come iene su una carogna.

- Anna non hai più vent’anni! Vuoi smetterla di fare la bambina? Non ho detto niente quando sei entrata in quella specie di setta dei Sognatori, non ho mai criticato nessuna delle tue scelte. Ma davvero credi ancora a queste cose?

- E cosa vuol dire che non ho più vent’anni? – fa lei, glissando abilmente sui Sognatori e sulle sue fughe prima che fossero istituiti i blocchi.

- Vuoi dire che non dovrei mai sperare, mai immaginare, mai tentare altre strade, e stare ad aspettare senza far niente come te?

- Non alzare la voce, ti prego

- E perché? Perché i vicini non possano sentirci? Ti è sempre importato di più del parere di perfetti sconosciuti che dei miei sentimenti.

Ormai gridava a pieni polmoni, tanto perché neanche i perfetti sconosciuti del palazzo di fronte potessero dormire continuando placidamente a ignorare per il resto dei loro giorni che erano dei perfetti sconosciuti.

Lui la guarda sorridendo.

- Non sei cambiata, lo sai? Ti amo

Lei è sorpresa, non sa come reagire. Smette di urlare e sbotta in una risata nervosa.

Lui le prende il viso fra le mani e la bacia forte sulla fronte, la bacia teneramente sulle guance arrossate, la bacia sulla bocca dischiusa, come per la prima volta. E sa che si baceranno tutta la notte, come la prima volta, che faranno l’amore, e sa che non potrà fermarla, che lei morirà lontano nello spazio con gli altri Sognatori, e che non saranno mai due settantenni che si tengono per mano su una panchina, come aveva immaginato.

- Neanche tu sei cambiato. Siamo più vecchi.

postato da uiuisa alle ore 21:05 | link | commenti (2)
categorie: racconti
giovedì, 03 aprile 2008

News

Unico proponimento: devo riprendere il controllo almeno di questo blog.
A tal fine manterrò tutte le promesse lasciate in sospeso qua e là nei vari post e riprenderò le cose lasciate a metà.
Cominciamo:
- Pamelo, grazie alle richieste della sua nutrita schiera di fan (Zambo dopo che ha fatto colazione e altri fedeli amici) ritornerà a breve sugli schermi dei vostri pc.
- Ho ricaricato la seconda parte del corto "This Bauble", dividendola in due file più leggeri. Ora si dovrebbe vedere.
- Avevo accennato ad alcuni dischi di cui avrei voluto parlare: da domani recensioni a raffica. I migliori dischi del primo trimestre 2008 (non è vero, alcuni sono soltanto buoni).
- Qualche mese fa alcuni mi avevano chiesto di leggere il racconto che avevo scritto sulla scia del film di Cuaron (Children of Men). E' incluso nel libriccino che hanno dato insieme al DVD, ma avevo promesso di metterlo sul blog... l'ho dimenticato, sorry. E' il prossimo post.

Credo di aver finito con le cosette in sospeso. A presto.
postato da uiuisa alle ore 21:04 | link | commenti
categorie: colori
martedì, 25 marzo 2008

Onora il padre e la madre

Il plot è perfettamente deducibile dal trailer e si capisce subito che questo film è costruito su un ottimo soggetto, uno di quelli che fanno sentire odor di successo solo a raccontarli. Se poi lo affidi al regista giusto, uno con una solida carriera alle spalle condita da tre, quattro capolavori, sei sicuro di non sbagliare. Infatti il film ha avuto buone recensioni e discreto successo al botteghino. Personalmente questo film mi sembra uno di quei vestiti di marca e di ottima fattura che, per qualche ragione, tendono sempre a finire nei recessi oscuri dell'armadio dopo appena una settimana che li hai comprati.
Certo Lumet ha ottantré anni e fa ancora dei signori film. Ma ho sempre detestato i bonus anagrafici, del tipo "Suonano bene per avere dodici anni" (e ti ritrovi un disco di merda, sì, suonato da dodicenni, ma pur sempre un disco di merda); oppure "A novant'anni sa ancora tenere in mano la macchina da presa" (sì, ma trema un pochino... vogliamo considerarla una scelta registica?).
Non è questo il caso, perché Lumet ha ancora la mano ferma: il film è ottimo, montaggio interessante, eleganza registica consolidata, gran soggetto, attori superlativi. Eppure...
Il problema credo sia una eccessiva fiducia nella forza del soggetto, una concentrazione appena sufficiente ad affinare gli aspetti tecnici che tralascia la lavorazione drammatica.
Provo a raccontare la trama di quello che reputo uno dei capolavori di Lumet: "Quel pomeriggio di un giorno da cani".
Due tizi rapinano una banca e fanno degli ostaggi, ma perdono il controllo e finiscono male.
Mmmm... insomma, il soggetto è discreto, ma piuttosto comune. Ce ne saranno centomila di film con un plot simile. Non basta (o basta?) aggiungere che i rapinatori sono omosessuali e stanno facendo tutto il casino per amore. Tuttavia nel film c'è una verità, una luce drammatica che ti apre gli occhi e il cuore, mentre la tragedia cresce fra cruda ironia e sentimento represso.
Ora racconto in breve la trama di "Onora il padre e la madre".
Due fratelli rapinano la gioielleria dei genitori. Ma va tutto storto e la madre muore nel tentativo fallito.
Metti di mezzo la famiglia e le varianti dell'omicidio intra-famigliare (o del sesso) e la storia acquista 10mila punti. Su questo sembra contare Sidney Lumet (oltre che sulla propria esperienza e su un cast della madonna) quando imbastisce questo drammone domestico di sicuro impatto. "So' bravo, c'ho degli attori che prendono l'oscar solo se respirano, un soggetto che i produttori ti firmano l'assegno a occhi chiusi, il colpo è sicuro. Facile, facile, come rapinare la gioielleria di mamma e papà..."
Ma qualcosa va storto. D'accordo, non così storto come nel film, ma questa sicurezza dell'avere un buon dramma sulla carta e sul notevole faccione di Hoffman blocca le potenzialità del film. Non sembra sentito. Ottimo mestiere: un grande stilista con della stoffa di qualità. Ma chissà perché dopo una volta che l'hai messo, il vestito si eclissa nell'armadio.
postato da uiuisa alle ore 12:37 | link | commenti
categorie: cinema
mercoledì, 19 marzo 2008

3 cose

Questa è la prima cosa che ho visto appena uscita dalla stazione di Ostbanhof. Non ricorda "Il Cielo sopra Berlino"?
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Potsdamer Platz dall'interno del bar Caras. Sui grattacieli si vede il riflesso del dipinto sulla parete all'interno del locale.
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Non so perché questa foto. Volevo metterci il meraviglioso dipinto murale di Blu o un qualsiasi edificio illustrato di Friedrichshain.
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Il senso di questo post? Non ho nessuna voglia di inventarmelo adesso. Un video che non si carica ha occupato quasi tutto il mio spazio mensile. Avevo qualche MB libero, un paio di album che mi piacciono ma che non ho voglia di recensire, il raffreddore, la noia, il palazzo che trema quando passano le macchine e chissà se crolla un giorno, gli incubi notturni che mi lasciano addosso scie catarrose di lumaca, le cose che dovrei fare e ho il tempo di fare ma non la voglia ed è ancora troppo presto per dare la colpa all'afa estiva, gli elenchi del cazzo che fanno un pò stile ma non servono a niente, anche se a volte sono veri, ma per la maggior parte svolgono la stessa funzione di un paio di stivali in pelle o di un cappotto alla moda, il pensiero della morte, il pensiero di cosa preparare per cena. Insomma, avevo queste cose, e ho pensato: ehi, perché non carichi qualche foto così ti togli il pensiero di aggiornare il blog, visto che hai qualche MB libero, un paio di album che ti piacciono ma che non hai voglia di recensire, il raffreddore, la noia eccetera eccetera?
postato da uiuisa alle ore 20:21 | link | commenti (2)
categorie: viaggi, colori
venerdì, 14 marzo 2008

Banhof Zoo

Di ritorno da Berlino ho pensato: forse dovrei scriverne sul blog. I racconti di viaggio sono un'istituzione, anche se a nessuno interessa più sapere com'è fatto Kotbusser Tor o la porta di Brandeburgo nell'era multimediale e di google earth. Tuttavia questo è stato un viaggio speciale, una ricerca interiore, e Berlino appare sullo sfondo oppure come personaggio astratto - Berlino maestro di chiavi, Berlino-mistero, Berlino-guardiano del cancello che fa stupidi indovinelli, Berlino-amante che seduce e abbandona -. No, temo che un racconto di viaggio non sarebbe interessante. O, più precisamente, sono fatti miei.
Ho tenuto un diario, ma non posso attingervi, perché non descrivo mai la città e i miei vagabondaggi alla scoperta di club e monumenti. Ci sono pezzi del tipo "Sto qui a Potsdamer Platz e rifletto sul senso di questa mia ricerca..." oppure "Oggi sono stata al Banhof Zoo e sento che mi sto perdendo". Capite, sono registrazioni di un altro viaggio, come se avessi vagato in un mondo parallelo che si interseca continuamente con la città di Berlino. E non posso raccontarlo qui, su un blog pubblico.
Invece vorrei parlarvi di Dylan. Ho incontrato Dylan in uno degli appartamenti in cui sono stata ospitata, nel quartiere di Schöneberg. Dylan veniva da Varsavia - dove aveva insegnato inglese per un semetre, alloggiando in uno spartano studentato, con un bagno che era sempre "fuckin' cool!" - ma era originario di San Francisco. Non so altro di lui, tranne che era timido, gentile e generoso, che non aveva un orologio da polso, ma andava in giro con un orologio da tavolo inglese di legno dei primi del '900 stipato nello zaino, e quando qualcuno per strada gli chiedeva l'ora, Dylan apriva la cerniera del suo zainetto di cotone gonfio e liso e tirava fuori questo grosso, antiquato orologio da tavolo. So anche che era gentile e generoso, dicevo, ed ho ottime ragioni per affermarlo. La prima notte a Schöneberg la stanza degli ospiti era piuttosto affollata. Eravamo in nove a dormire in 16 mq scarsi di pavimento. Ed io ero l'unica senza sacco a pelo e senza materassino. Mi stavo rassegnando stoicamente ad avvolgermi nel mio cappotto e ad affrontare una notte scomoda e gelida, quando Dylan mi ha offerto il suo sacco a pelo. "Tanto io sono sotto il termosifone" ha detto.  Un sacco a pelo magnifico, di quelli soffici e caldissimi in piuma adatti alle notti  artiche. Grazie Dylan.
Il mattino seguente l'ho accompagnato in stazione. Al Banhof Zoo ci siamo separati. Io potevo comprare il biglietto anche lì e lui aveva il treno ad Hauptbahnhof, la stazione centrale.
Dylan ha tirato fuori il suo orologio da tavolo inglese in legno massiccio per controllare l'ora.
"Torni a Varsavia?" gli ho chiesto.
"No, a San Francisco."
"Non ti piace Varsavia?"
"Troppo triste. Troppo freddo" risponde con un mezzo sorriso. "E tu?"
"Non lo so. Speravo di trovare a Berlino un specie di rivelazione, di capire cosa fare, come vivere. Ma sono ancora più confusa. Ho anche pensato di venire a vivere qui. Non so, sono molto confusa."
"Anch'io." ha detto lui pensieroso. "Non so cosa farò adesso".
Ci siamo abbracciati. Poi Dylan è scomparso su per la scala mobile dell'U-bahn ed io mi sono messa in fila per il biglietto.
"E allora?" mi ha chiesto una persona quando gli ho raccontato questo episodio. Come se vi cercasse un senso, una morale, una fine. Non c'è.
Solo due anime che si incontrano al Banhof Zoo e si confessano il proprio smarrimento. E si separano (forse) per sempre.
Non so molto di Dylan. So che è timido, gentile e generoso. So che viaggia con un orologio da tavolo inglese dei primi del '900 nello zaino. So che è di San Francisco ed ha insegnato inglese per un semestre a Varsavia. Ma l'ha lasciata, perché è troppo triste e fredda. So che non sa cosa farà, che il futuro è una nube ingarbugliata e oscura, e i segni del passato sono infidi come i sogni, difficili da interpretare. So che Dylan è un'altra strada incrociata solo per un istante, che si perde lontano.
postato da uiuisa alle ore 12:42 | link | commenti
categorie: viaggi, colori
giovedì, 13 marzo 2008

This Bauble

Ho deciso di chiudere con la nostalgia. Perciò niente più vecchi corti. Questo è l'ultimo, perché avevo promesso di mostrarlo qualche mese fa, quando vi avevo accennato in un post sull'oltretomba qui
Sì, è corto della ragazza che diventa musica.
Il titolo l'ho preso dal primo verso di una poesia di Emily Dickinson:

This Bauble was preferred of Bees -
By Butterflies admired
At Heavenly - Hopeless Distances -
Was justified of Bird -

Did Noon - enamel - in Herself
Was Summer to a Score
Who only knew of Universe -
It had created Her -

Ed ecco a voi... This Bauble - Prima parte


 


 


 



This Bauble - Seconda parte








This Bauble - Terza parte

postato da uiuisa alle ore 10:57 | link | commenti (3)
categorie: corti

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