Viveva in quella casa una donna cieca che per conoscere le cose leccava la polvere. Una lunga malattia l’aveva resa paralitica e le aveva atrofizzato i sensi.
La sua lingua soltanto era viva. S’insinuava in una fessura fra i mobili, dove la polvere s’era nascosta da anni, e di ogni granello riconosceva la provenienza. Sentiva i frammenti della pelle di sua madre, che forse s’erano staccati dalle mani screpolate dalla dermatite, quando le grattava dopo aver lavato i piatti, e la lanugine di una gonna che aveva indossato quand’era bambina, e il polline che entrava in casa quando c’erano ancora i pioppi sulla strada, e i pilucchi delle lenzuola al cloroformio dell’ospedale vicino, grevi del sudore dei malati.
Leccava i vecchi mobili con gratitudine, poiché la sua lingua vedeva più lontano di quanto in passato avevano potuto vedere i suoi occhi.
Andò a vivere con lei una nipote. Era diplomata in infermeria e aveva fatto volontariato in una casa di cura per anziani. Era stata assunta per il turno mattutino al reparto lungodegenti dell’ospedale vicino e aveva considerato un dono del cielo poter assistere anche la vecchia zia paralitica. Aiutare i bisognosi appagava il suo grazioso orgoglio e la bontà d’animo si addiceva perfettamente al suo biondo e pulito caschetto.
Arrivò un pomeriggio di novembre, con una valigia rigida e senza un graffio, comprata per l’occasione. Cadeva una pioggia talmente leggera e sottile che restava a lungo sospesa nell’aria prima di raggiungere il suolo. La nipote restò sulla soglia cercando uno stuoino per asciugarsi le scarpe e, non trovandolo, prese mentalmente nota di comprarlo l’indomani, insieme ad un rastrello per raccogliere il grasso manto di foglie ammuffite che circondava la casa. Trovò le chiavi nella cassetta della posta, sopra una pappa informe di lettere bagnate (prese nota di chiamare le aziende per la fornitura elettrica e del gas, poiché probabilmente c’erano anche bollette là in mezzo). Appena entrata la sua mano affusolata tremò sul manico della valigia e le ordinate note nella sua mente vacillarono sotto la valanga in arrivo. La giovane infermiera si perse d’animo, ma solo per un momento. Tutta la casa era in uno stato di pietoso abbandono e puzzava di muffa e pipì di gatto (o almeno sperava fosse di gatto).
La zia era seduta in un angolo della cucina, con la testa appoggiata alle mattonelle unte e chiazzate di sugo. La polvere era ovunque, come l’acqua di una palude, e la muffa disegnava le pareti.
La zia sorrideva, minuta e sognante. Forse neanche l’aveva sentita entrare.
Presa da un incontrollabile disgusto la nipote corse ad aprire una finestra e vomitò sulla strada. Era già buio. Troppo tardi per cercare un albergo onesto e decente. Troppo tardi per tornare a casa. Si asciugò la bocca col dorso della mano e represse violentemente il pianto che stava per tradire la sua determinazione. Ma uno sguardo alle chiazze giallastre sulla strada e sul muro della casa fu il colpo che la vinse. Prendere nota di dover pulire anche il proprio vomito era troppo e ci avrebbe messo una vita intera a mettere ordine in quella casa. Si concesse di piagnucolare due minuti. Poi si asciugò bruscamente le lacrime calde contro il gelo novembrino, chiuse la finestra e si avvicinò alla muta figura rannicchiata sulla sedia in cucina. Baciò la zia sulla fronte e sentì che dormiva.
Cercò inutilmente una penna funzionante e un foglio per mettere ordine alle sue note. Rassegnata, reprimendo l’orrore per quella sporcizia immane e la tosse che la scuoteva (era allergica alla polvere), si adagiò sul divanetto in finta pelle del soggiorno e cercò di prendere sonno.
La risvegliò un calore umido sulla mano. Nel dormiveglia sentiva una pressione delicata e continua fra le dita, come il leccare curioso di un gattino. Ritrasse la mano con istintivo disgusto. La zia, china al suo fianco, fissava il divano con occhi ciechi, scotendo leggermente la testa e arricciando le labbra rugose, bagnate di saliva, in una smorfia offesa.
L’episodio inquietò appena la giovane nipote, poiché la luce del mattino aveva rinsaldato la sua fiduciosa razionalità e reso persino meno terribile lo sporco e l’abbandono che la circondavano (seppure più visibile sotto i fasci di luce era la polvere che addensava l’aria, simile alla pioggerellina della sera prima nella sua indecisione a posarsi).
La nipote uscì di buon mattino e tornò dopo due ore con scope, detergenti e disinfettanti d’ospedale. Nei giorni che seguirono il tanfo di muffa, dell’unto e delle chiazze di sugo in cucina fu sostituito da un pesante odore di detersivo alla mela verde e sapone per pavimenti al limone e aceto.
La zia si chiuse in un angolo accanto alla finestra del soggiorno come in una invisibile prigione.
Non c’era più polvere sui mobili, non c’erano più capelli ammucchiati lungo il battiscopa né grumi di foglie e polline macerato sui bordi delle finestre a testimoniare del mondo di fuori e dello scorrere delle stagioni.
Quando l’infaticabile infermiera sorprese la zia ad insinuare la lingua fra le fessure dei mobili e gli angoli nascosti, la sua dovizia aumentò. Un lunedì si assentò per tutta la giornata. La vecchia pensò se ne fosse finalmente andata e fu felice, con la stessa rassegnazione del suo arrivo nella casa. Ma la nipote tornò a tarda sera. Era andata nella città più vicina per comprare gli ultimi ritrovati della lotta agli acari e alla polvere, insieme ad un aspirapolvere a dodici velocità e tredici accessori e ad uno spray che risucchiava lo sporco dagli angoli più lontani.
La zia continuò a cercare segni del mondo di nascosto, quando la nipote dormiva o era essente. Arrancava furtiva nella casa che era stata sua, sperando che prima o poi quella nuova cecità terminasse e tornassero la solitudine e la polvere.
La nipote d’altro canto affinava le sue arti protettive. Scoprendo alla luce radente del mattino tracce madreperlacee di saliva sui muri e sul legno dei mobili, come vi fossero passate silenziose lumache, si sorprendeva sempre più della stranezza della zia e raddoppiava le sue ore di pulizia e sorveglianza, rinunciando spesso agli innocui svaghi di paese e ad uscire con le colleghe dell’ospedale.
La zia soffriva perché la sua casa e il mondo non le parlavano più. Il passato era così lontano e senza le tracce da assaggiare nella povere a testimoniare quel che c’era stato, non poteva far altro che dimenticarlo. Priva del ricordo era come morta e si sentiva rinascere e morire ancora come un insensato moscerino della frutta. E non v’era speranza che a parlarle fosse la nipote, almeno non nei normali canali di comunicazione. Cominciò ad avvicinarsi a lei mentre dormiva, a leccarle piano i capelli e la pelle scoperta. Se la sua giovane carceriera accennava a svegliarsi, si ritraeva rapida come un ratto dalla culla. Leccava i suoi vestiti del giorno prima nel cesto della biancheria e il suo cappotto appeso all’ingresso quando tornava dal lavoro o dalla spesa e si chiudeva in bagno per la toeletta quotidiana. Venne a sapere della nipote molto di più di quanto avrebbe appreso da sue improbabili confidenze o se l’avesse pedinata nelle sue uscite. Sapeva dove s’era fermata a far colazione prima di iniziare il turno all’ospedale, dalle briciole che si attaccavano al bavero del cappotto; la polvere che restava sulle scarpe le riferiva dei posti che aveva attraversato e delle strade che aveva preso per tornare a casa; frammenti di pelle che le sensibilissime papille captavano fra i capelli caduti sulle mattonelle del bagno le raccontavano delle persone che aveva incontrato per strada o dei colleghi con cui aveva lavorato e dei malati che aveva toccato.
Credendo d’aver raggiunto una intimità con quella nipote finora sconosciuta la zia cominciò a interrogarla sulle persone che frequentava e a chiacchierare oziosamente sui luoghi che accoglievano le ore della sua giornata.
La nipote dapprima si stupì che la zia conoscesse certi particolari delle sue uscite che neanche fosse stata presente avrebbe potuto ben vedere. Cominciò ad indagare, interrogando i vicini che costantemente negavano d’aver raccontato alcunché all’anziana parente e che, in ogni caso, non potevano averla pedinata in certi luoghi in cui era sicura d’esser sola. Infine, non trovando alcuna spiegazione all’accuratezza di descrizione di quella donna cieca, ne fu sinceramente spaventata.
Era una convinta razionalista e, non riuscendo ad attribuirle poteri paranormali o arti di stregoneria, cominciò a temere la zia più di quanto l’avesse compatita in passato per le sue stranezze.
Ricordava quasi con rimpianto i primi tempi della loro convivenza, quando la vecchia se ne stava immobile e ciondolante accanto alla finestra del soggiorno e osava muoversi solo quando non si credeva osservata, strisciando fra le vecchie sedie e gli spazi immacolati fra i mobili in cerca di chissà cosa. Ora girellava sempre attiva e arzilla sulla nuova sedia a rotelle che aveva chiesto in prestito all’ospedale, e le veniva incontro come una figlia quando tornava dall’ospedale, o una cagna scodinzolante, con un sorriso famelico.
Sentendo di non poter sopportare oltre quel febbrile affetto e quelle inquietanti conversazioni, si convinse ipocritamente che la zia non aveva bisogno delle cure di una devota nipote, ma delle regole sapienti di una casa di cura.
Chiamò a casa uno psichiatra per dimostrare la malattia della zia e la propria inadeguatezza a prestarle le dovute attenzioni.
Il medico conosceva già la vecchia signora e non volle strapparla alla sua casa. La nipote meditò i chiamarne un altro dalla città. Si fece sostituire da un’amica all’ospedale per essere disponibile e ben preparata il giorno dell’appuntamento. Tornò persino con alcuni libri di psichiatria presi in prestito in biblioteca per prepararsi ad una adeguata descrizione dei sintomi della povera zia. Sfogliando le pagine di un capitolo sulle manie si concesse uno sguardo soddisfatto all’appartamento che aveva salvato dal disfacimento. Aveva fatto un gran lavoro, sembrava quasi un’altra casa. Si convinse d’aver fatto il possibile anche per la zia: non era forse più allegra negli ultimi tempi a causa delle sue attenzioni? Tuttavia il suo diploma da infermiera era inadeguato a arginare gli effetti di una seria malattia mentale. E ancora stava facendo solo del bene per la cara zia, affidandola alle cure di esperti. La casa sarebbe rimasta a lei, ovviamente, quale giusta ricompensa del suo impegno e amore filiale. Così pensava e sorrideva fra sé sfogliando le pagine del libro e annotandosi i sintomi su un quaderno a quadretti.
Sconvolta dal tradimento di quella che nonostante tutto aveva creduto di conoscere, la zia si chiuse in bagno per un’intera nottata. Ne uscì poco prima che la nipote si svegliasse e attese che uscisse di casa per recarsi al lavoro. Quando la nipote tornò fu sorpresa di sentire un piacevole odore di ragù sulla soglia di casa. Entrando si accorse che la vecchia zia aveva probabilmente passato tutta la mattina ai fornelli.
La giovane fu lieta della novità. La zia non aveva mai cucinato dal suo arrivo nella casa e che si dedicasse ad una attività domestica era un buon segno.
Le aveva preparato uno spezzatino di carne con sugo e piselli, accompagnato da un vinello molto rosso. Era una carne strana e porosa, ma molto saporita.
La zia apparecchiò in silenzio, poggiando i piatti sulle ginocchia mentre muoveva le leve della sedia a rotelle e rifiutando di farsi aiutare, e sempre in silenzio l’osservò mangiare.
Non mangi nulla, zia?
La vecchia sorrise e una striscia scarlatta le colò dalle labbra al mento.
Oh, zia, ti sei tagliata, fa vedere…
La zia scoppiò in una muta risata e le sue labbra si aprirono su una voragine sanguinolenta e vuota.
La nipote guardò quel buco orrendo, poi il piatto con i resti dello spezzatino, e comprese.
Corse in bagno a vomitare ma le sue viscere non vollero liberarsi di quella lingua morta.
Non potendo comprendere le ragioni del gesto della zia la sua mente si spezzò e cadde in abbandono.
La lingua le penetrò nel cervello e cominciò anch’ella a leccare mobili e pareti, senza però conoscere null’altro la vacuità di quel gesto ripetuto e morto.
La nipote un giorno si tagliò la lingua leccando un vetro rotto e, incapace di reagire, morì dissanguata.
La zia attese in solitudine nella casa vuota e ricca di polvere, senza poter più sentire né amare.
Ora parliamo della musica però.
Il disco inizia con la piano ballad sentimentale “Safe Inside the Day”: voce intensa che scivola fra crescendo emotivi e diminuendo malinconici in pieno stile Antony (ma Baby Dee, seppur intonata ed espressivamente dotata, non ha il pathos naturale dell’amico Antony, che farebbe sciogliere il cuore di ogni supercattivo).
Segue “The Earlie King”, divertita e atipica canzone da cabaret. E di nuovo una lacrimevole ballata “A Compass of the Light”. E il jazz barocco da avanspettacolo di “The Only Bones Thet Show”. E poi? Ora dovreste aver capito: altro pezzo lento e sentimentale.
L’alternanza triste/sentimentale e allegro/sfrontato è di una rigorosità disarmante. L’inventiva e le sorprese non stanno certo nella struttura del disco (e neanche in quella delle canzoni: sono “semplici” pezzi jazz, swing, cabaret songs, piano ballads sentimentali, o addirittura piccole composizioni di musica classica, come “A Christmas Jig For A Three-Legged Cat”).
Ad impreziosire queste divagazioni fra generi fuori moda sono lo stile vocale teatrale e sopra le righe e l’indubbio talento melodico di Baby Dee, che non spezzerà i cuori come l’amico Antony, ma li farà sicuramente divertire e commuovere, come un buon musical off off Broadway.
Valgono da sole l’acquisto dell’album almeno tre canzoni: “Flowers on the Tracks” (fragile e bellissima composizione da camera per pianoforte e archi), “Bad Kidneys” (incipit jazz noir con sax da locale notturno che sfocia in sguaiato canto zingaresco per voci ubriache e fisarmonica) e “You'll Find Your Footing” (deliziosa malinconica canzone in punta di piano, arpa e violini).
14 canzoni in perfetto formato radiofonico (2-3 minuti) che col radiofonico c’entrano meno che il prezzemolo con la torta alla crema (ebbene sì, il famoso detto popolare sul prezzemolo è sbagliato: pensate che schifo mettere il prezzemolo nei bignè al cioccolato o nel caffè).
Infatti le 3 minutes pop song degli Xiu Xiu sono quanto di più lontano possa esserci dal piattume rock posticcio e carta carbone di cui ci nutrono mtv e le nostre emittenti.
Sicuramente non puoi ascoltare questo “Women As Lovers” (come qualsiasi altro disco dei nostri) facendo qualcos’altro, perché ti disturberebbe parecchio. Non sono le solite inoffensive e paciose canzonette pop rock che puoi mettere su mentre studi, chatti o guidi, perché quelle pause interrotte da trilli, riff anarchici di chitarra e irruzioni graffianti di sassofono e altri strumenti difficilmente identificabili ad un primo ascolto, ti farebbero saltare i nervi con conseguenze devastanti (chessò, insultare il fidanzato in viaggio studio all’estero in chat, o il fuoristrada che ti fa il sorpasso, con successivo probabile incidente). No, l’ascolto di queste 14 tracce richiede completa attenzione e dedizione.
Ma ne è meritevole? A voi la risposta. Ci sono persone che traggono un intenso piacere dallo svolgere astratte equazioni o risolvere rompicapi. Altre che usano il cubo di rubik solo come schiaccianoci o fermacarte. Personalmente sono a metà fra questi estremi. Dalla musica chiedo sperimentazione, stimolazione ed emozione.
In questo disco non manca il tentativo di emozionare con la splendida chiosa di “Gayle Linn” o la ballata “Master of the Bump”. Ma è un sentimento esangue.
Menzione a parte merita “Black Keyboad”, una struggente, delicata ballata in levare, sospesa fra le corde pizzicate della chitarra e il canto senza risoluzione di Stewart.
Altri pezzi, come “Child at Arms” con le sue variazioni isteriche, o “Puff and Bunny” coi suoi giochini cacofonici, potrebbero farti saltare i nervi soprattutto dopo che vi hai prestato attenzione.
La sgangherata cover di “Under Pressure”, che vede la partecipazione di Michael Gira, è un simpatico divertissement. E l’apprezziamo per questo. E per Gira, naturalmente.
Che lo troviate fastidioso e irritante, o che lo amiate per le sue intelligenti e stimolanti trovate musicali, è certamente un disco che non lascia indifferenti e non scivola via facilmente, come le tante, troppe, tonnellate di 3 minutes songs che quotidianamente ci ammorbano le orecchie e appiattiscono lo spirito.
- Stai dormendo?
Gli tocca delicatamente la spalla, lascia camminare indice e medio fino al collo e giù lungo la spina dorsale.
- Cosa c’è?
Chiede lui con voce roca, sospira, si volta pesantemente.
- Non riesco a dormire
- Dai, dormi.
- Pensavo… come sarà tutto fra dieci, vent’anni? E noi come saremo?
Le si avvicina, le passa un braccio sulla vita, strofina piano i piedi freddi di lei fra i suoi, finché sente che il respiro rallenta, il corpo di lei si adagia nel suo, scivolando nel sonno.
- Saremo più vecchi.
La ragione per cui il signor Fanti ha fatto esplodere l’ultima nave delle Spes Industries non può essere conosciuta se non analizzando la sua storia personale. Andrea Fanti non risulta essere iscritto a nessuna associazione politica, para-militare, terroristica.
La ragione per cui il signor Fanti è penetrato nella residenza privata del Presidente delle Spes Industries, disarmato e in evidente stato confusionale, può essere supposta a partire dalle dichiarazioni dei vicini e dei testimoni. Una delle guardie personali del Presidente l’ha freddato con un colpo alla nuca. Pare che Fanti stesse frugando nella cineteca personale del Presidente, quando la guardia l’ha freddato. Pare che Fanti fosse un padre di guerra, che sua figlia avesse diciassette anni quando ricevette la chiamata. Come sappiamo, tutti i padri di guerra sono orfani dei loro figli. Nessuno e tornato. Scusate, pare che nessuno dei figli sia tornato. Dicono che la moglie di Fanti fosse una Sognatrice. Abbiamo ragione di credere – grazie alla testimonianza di una cameriera personale del Presidente – che Fanti stesse guardando la registrazione video del decollo della nave Spes 11 quando la guardia personale del Presidente l’ha freddato con un colpo di pistola alla nuca. Secondo le statistiche i Sognatori sono i migliori clienti delle Spes Industries. Per ogni nave che decolla, il 70% dei passeggeri sono Sognatori. Nessuno è tornato. Il Presidente delle Spes Industries dichiara di possedere le registrazioni che l’addetto alle comunicazioni di ogni nave Spes in missione gli invia mensilmente. Si suppone che Andrea Fanti stesse cercando le registrazioni della nave Spes 11 nella residenza privata del Presidente. Non c’è ragione di credere che non le abbia trovate. Non c’è ragione di credere che le navi siano scomparse, si siano disintegrate, o siano alla deriva nello spazio. I vicini dicono che il signor Fanti fosse una persona mite e gentile, sempre disponibile, molto riservata e umile. Dicono che uscisse molto di rado da quando sua moglie si era imbarcata sulla Spes 11. Aspettava il ritorno della figlia, dicono, perché non trovasse la porta chiusa. Ma tutti sanno che i figli di guerra non tornano.
- Stai dormendo?
Lui si volta; stava per addormentarsi.
- No. Cosa c’è?
- Fra una settimana parto.
- Hai avuto il lasciapassare?
- No. Lo sai che sono bloccati.
Non dice altro. Andrea inizia ad intuire, accende la luce, la guarda in viso.
Anna sta piangendo in silenzio.
- Lo sai che è buffo? – dice lui acidamente.
- Cosa?
- Non possiamo prendere l’auto o il treno per passare il confine, ma possiamo andare liberamente nello spazio.
- Non lo trovo buffo – dice lei, strofinandosi gli occhi – E’ ingiusto, ma sensato.
Lei parla di quanto sia ragionevole il blocco ai confini, di quanto siano state coraggiose le Industrie Spes a investire nelle navi. Lui non ascolta più. Guarda le pareti ingiallite della stanza in cui hanno passato gli ultimi vent’anni, la sedia a dondolo dell’IKEA che adesso fa da attaccapanni, il cesto della biancheria che Luce aveva usato come casa delle bambole, i vecchi cd, i poster dei film che amavano a vent’anni e che non avevano tolto neanche quando avevano imbiancato le pareti.
- Resta con me.
Lei non risponde subito. Prima lo guarda con affetto, poi arriccia le labbra. Si è accorta che non l’ha ascoltata. Ma è un momento troppo grave per fingersi offesa.
- Non posso, cerca di capire. Lo sai che ti amo, ma non posso continuare a lasciarmi vivere così, ad invecchiare e aspettare di morire, mentre muore tutto. Muore tutto.
Ha sempre avuto questo vezzo di ripetere le frasi drammatiche, come se stesse recitando, come se avesse un pubblico invisibile.
- E se Luce torna? Cosa penserà se torna e non ti trova?
- Smettila, sei patetico. Lo sai che non torna.
Lui non risponde. Vorrebbe trovare argomenti per farla restare, ma si sente svuotato, come in sospensione, le orecchie ovattate. Sente che è il momento, che deve fermarla ora, o la perderà per sempre, che con lei perderà ogni cosa, ma non riesce a muoversi, a parlare, come in un incubo è paralizzato.
- Se queste navi fossero fatte per arrivare davvero da qualche parte lascerebbero salire solo i giovani e coloro che possono riprodursi. Poi renderebbero pubbliche le comunicazioni. Perché non sappiamo niente di quelli che sono partiti con le altre navi? – sente le parole che escono distanti dalla sua bocca, come se fosse un altro a pronunciarle. – Salire su quelle navi è un modo molto fantasioso e costoso di suicidarsi – questa l’aveva letta su una rivista.
- Smettila di ripete quelle stronzate che leggi sulle riviste – dice lei aspra. – Tengono le comunicazioni segrete proprio per depistare i conservatori xenofobi che scrivono su quei giornali e fomentano i gruppi terroristi.
- L’unico segreto qui è che non esiste nessuna comunicazione, non c’è nessuna registrazione nella maledetta residenza del maledetto presidente della Spes. Ci sono solo le sue casseforti piene dei soldi di quei pazzi che hanno comprato i suoi biglietti di sola andata.
- Queste sono le bugie che mettono in giro per screditarlo. La verità è che il Presidente è stato l’unico che ha avuto il coraggio di investire nello spazio, di trovare una speranza, un’altra strada, mentre tutti stanno ad azzuffarsi come iene su una carogna.
- Anna non hai più vent’anni! Vuoi smetterla di fare la bambina? Non ho detto niente quando sei entrata in quella specie di setta dei Sognatori, non ho mai criticato nessuna delle tue scelte. Ma davvero credi ancora a queste cose?
- E cosa vuol dire che non ho più vent’anni? – fa lei, glissando abilmente sui Sognatori e sulle sue fughe prima che fossero istituiti i blocchi.
- Vuoi dire che non dovrei mai sperare, mai immaginare, mai tentare altre strade, e stare ad aspettare senza far niente come te?
- Non alzare la voce, ti prego
- E perché? Perché i vicini non possano sentirci? Ti è sempre importato di più del parere di perfetti sconosciuti che dei miei sentimenti.
Ormai gridava a pieni polmoni, tanto perché neanche i perfetti sconosciuti del palazzo di fronte potessero dormire continuando placidamente a ignorare per il resto dei loro giorni che erano dei perfetti sconosciuti.
Lui la guarda sorridendo.
- Non sei cambiata, lo sai? Ti amo
Lei è sorpresa, non sa come reagire. Smette di urlare e sbotta in una risata nervosa.
Lui le prende il viso fra le mani e la bacia forte sulla fronte, la bacia teneramente sulle guance arrossate, la bacia sulla bocca dischiusa, come per la prima volta. E sa che si baceranno tutta la notte, come la prima volta, che faranno l’amore, e sa che non potrà fermarla, che lei morirà lontano nello spazio con gli altri Sognatori, e che non saranno mai due settantenni che si tengono per mano su una panchina, come aveva immaginato.
- Neanche tu sei cambiato. Siamo più vecchi.



This Bauble was preferred of Bees -
By Butterflies admired
At Heavenly - Hopeless Distances -
Was justified of Bird -
Did
Was Summer to a Score
Who only knew of Universe -
It had created Her -
Ed ecco a voi... This Bauble - Prima parte
This Bauble - Seconda parte
This Bauble - Terza parte