un cronopio sul comò

Rapporti di ricerca aggiornati sulla vita sessuale delle formiche australiane e sugli ultimi avvistamenti di corridori onirici.
mercoledì, 28 ottobre 2009

Sul fantastico

Generalmente si vede nel fantastico una fuga dalla realtà e dal mondo. La maggior parte delle motivazioni dei fruitori del genere fantastico (in tutte le sue varianti e mezzi di espressione, siano letterari, cinematografici, pittorici ecc.) convergono su questa funzione di liberazione, o almeno momentaneo allontanamento, dalla grigia, quotidiana difficoltà del reale. Mi chiedo in quale mondo fantastico vivano tutto il tempo per non vedere l'estenuante imprevedibilità della realtà in cui viviamo. E' il realismo la vera "fuga dalla realtà" poiché si basa sull'illusione del controllo e sulla perfettibilità e oggettività della conoscenza.
I fruitori impegnati, vergognadosi di provar piacere per qualcosa di improduttivo, affermano di cercare nel fantastico una rappresentazione simbolica della nostra realtà. Per cui, banalmente, un orco rappresenta un uomo cattivo, un mutante con le ali il desiderio di superare i propri limiti e via dicendo. Ma così ci avviciniamo all'allegoria, sterile esercizio di traduzione da concetti a immagini arbitrarie, poi sedimentate nell'immaginario collettivo. E il fantastico è tutto fuorché sterile. Un orco è esattamente quello che è: un orco. E in questo essere viene l'incanto, il terrore e la gioia per l'abbondanza dell'esistente. E' questo piacere intriso di paura che proviamo da bambini scoprendo il mondo, e poi dimentichiamo, quando ci accorgiamo che il tempo a nostra disposizione è troppo breve per percorrere anche solo una minuscola parte della vastità dell'universo, e che dovremmo camminare mille anni, forse, per incontrare, del tutto casualmente, un orco. Allora costruiamo un mondo irreale, fatto di schemi tramandati e parziali risposte, un mondo piccolo e controllabile, a misura dei nostri limiti. E lo chiamiamo "realtà". Quel piacere lo ritroviamo, da adulti, nel fantastico. Indebolito com'è, lo releghiamo subito fra le cose da bambini, cose di puro intrattenimento. I limiti del nostro piccolo mondo e della nostra coscienza sono ben saldi (forse solo nei sogni ci fa ancora paura la brulicante, immensa, imprevidibile realtà che abbiamo disimparato a percepire).
Non leggo letteratura fantastica per fuggire dalla realtà, ma per avvicinarmi alla realtà.
Sicuramente Shakespeare l'ha detto meglio nell'Amleto: "Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia."
postato da: uiuisa alle ore 22:41 | link | commenti | commenti
categorie: libri, cinema, sogni, colori, spaziotempo
giovedì, 08 ottobre 2009

Non mettiamo fiorellini alla finestra della nostra cella!

Un video per voi, capolavori


Bellissima interevista a Silvano Agosti.
postato da: uiuisa alle ore 17:00 | link | commenti | commenti
categorie: link, colori
sabato, 26 settembre 2009

L'eccitazione della vita matrimoniale

Si dice che la vita in una relazione stabile (convivenza o matrimonio) sia una noia mortale. Parole come "avventura", "eccitazione", "passione" sono quasi unanimemente associate a chi passa da una storia all'altra, alle relazioni brevi.
Si pensa agli avventurieri del sentimento come a spiriti liberi amanti del cambiamento. I monogami, invece, amerebbero la sicurezza e sarebbero avversi alla legge del mutamento.
Niente di più falso. Chi passa da un'amore all'altro resta sempre lo stesso, non si mette mai in discussione, perché non ne ha bisogno. Appena l'altro glielo richiede, semplicemente tronca la relazione. Il "farfallone amoroso" è più rigido di una radice di baobab, ancorato al centro del proprio essere con puerile egocentrismo. In fondo ama solo se stesso.
Una relazione è come una sfera di vetro in equilibrio s'uno spillo.
Più il tempo passa, più la sfera cresce ed è sempre più difficile tenerla in equilibrio. Ha bisogno di una costante scoperta dell'altro, di continui aggiustamenti, di essere disposti a cambiare qualcosa di sé, di sacrificio e passione, di cure certosine e inesausta attenzione. Non puoi mai rilassarti, c'è sempre qualcosa che entrambi devono fare perché la sfera non si schianti. Il risultato è una pace apparente, ma quanta tempesta in questa quiete!
E' facile innamorarsi e cominciare una nuova storia perché in sostanza devi fare sempre gli stessi passi. Dopo un po' sei un bravo ballerino, li sai a memoria. E' come rifare sempre il primo livello di un videogioco. Cosa c'è di eccitante in questo?
I veri avventurieri sono quelli che salgono sullo spillo, quelli che nonostante la paura di sbagliare accettano di imparare i nuovi passi, quelli che si buttano nei livelli successivi del gioco, anche se, si sa, sono sempre più difficili e la posta in gioco cresce.
Certo, può suonare strano e persino sospetto che la vita più eccitante sia quella matrimoniale (o di convivenza o quello che vi pare, anche la coppia "aperta" se funziona).
Una sfera in equilibrio s'uno spillo sfida costantemente la legge di gravità, così come la monogamia, dicono alcuni, sfida costantemente la legge di natura.

postato da: uiuisa alle ore 18:08 | link | commenti | commenti
categorie: colori
giovedì, 03 aprile 2008

News

Unico proponimento: devo riprendere il controllo almeno di questo blog.
A tal fine manterrò tutte le promesse lasciate in sospeso qua e là nei vari post e riprenderò le cose lasciate a metà.
Cominciamo:
- Pamelo, grazie alle richieste della sua nutrita schiera di fan (Zambo dopo che ha fatto colazione e altri fedeli amici) ritornerà a breve sugli schermi dei vostri pc.
- Ho ricaricato la seconda parte del corto "This Bauble", dividendola in due file più leggeri. Ora si dovrebbe vedere.
- Avevo accennato ad alcuni dischi di cui avrei voluto parlare: da domani recensioni a raffica. I migliori dischi del primo trimestre 2008 (non è vero, alcuni sono soltanto buoni).
- Qualche mese fa alcuni mi avevano chiesto di leggere il racconto che avevo scritto sulla scia del film di Cuaron (Children of Men). E' incluso nel libriccino che hanno dato insieme al DVD, ma avevo promesso di metterlo sul blog... l'ho dimenticato, sorry. E' il prossimo post.

Credo di aver finito con le cosette in sospeso. A presto.
postato da: uiuisa alle ore 21:04 | link | commenti | commenti
categorie: colori
mercoledì, 19 marzo 2008

3 cose

Questa è la prima cosa che ho visto appena uscita dalla stazione di Ostbanhof. Non ricorda "Il Cielo sopra Berlino"?
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Potsdamer Platz dall'interno del bar Caras. Sui grattacieli si vede il riflesso del dipinto sulla parete all'interno del locale.
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Non so perché questa foto. Volevo metterci il meraviglioso dipinto murale di Blu o un qualsiasi edificio illustrato di Friedrichshain.
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Il senso di questo post? Non ho nessuna voglia di inventarmelo adesso. Un video che non si carica ha occupato quasi tutto il mio spazio mensile. Avevo qualche MB libero, un paio di album che mi piacciono ma che non ho voglia di recensire, il raffreddore, la noia, il palazzo che trema quando passano le macchine e chissà se crolla un giorno, gli incubi notturni che mi lasciano addosso scie catarrose di lumaca, le cose che dovrei fare e ho il tempo di fare ma non la voglia ed è ancora troppo presto per dare la colpa all'afa estiva, gli elenchi del cazzo che fanno un pò stile ma non servono a niente, anche se a volte sono veri, ma per la maggior parte svolgono la stessa funzione di un paio di stivali in pelle o di un cappotto alla moda, il pensiero della morte, il pensiero di cosa preparare per cena. Insomma, avevo queste cose, e ho pensato: ehi, perché non carichi qualche foto così ti togli il pensiero di aggiornare il blog, visto che hai qualche MB libero, un paio di album che ti piacciono ma che non hai voglia di recensire, il raffreddore, la noia eccetera eccetera?
postato da: uiuisa alle ore 20:21 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: viaggi, colori
venerdì, 14 marzo 2008

Banhof Zoo

Di ritorno da Berlino ho pensato: forse dovrei scriverne sul blog. I racconti di viaggio sono un'istituzione, anche se a nessuno interessa più sapere com'è fatto Kotbusser Tor o la porta di Brandeburgo nell'era multimediale e di google earth. Tuttavia questo è stato un viaggio speciale, una ricerca interiore, e Berlino appare sullo sfondo oppure come personaggio astratto - Berlino maestro di chiavi, Berlino-mistero, Berlino-guardiano del cancello che fa stupidi indovinelli, Berlino-amante che seduce e abbandona -. No, temo che un racconto di viaggio non sarebbe interessante. O, più precisamente, sono fatti miei.
Ho tenuto un diario, ma non posso attingervi, perché non descrivo mai la città e i miei vagabondaggi alla scoperta di club e monumenti. Ci sono pezzi del tipo "Sto qui a Potsdamer Platz e rifletto sul senso di questa mia ricerca..." oppure "Oggi sono stata al Banhof Zoo e sento che mi sto perdendo". Capite, sono registrazioni di un altro viaggio, come se avessi vagato in un mondo parallelo che si interseca continuamente con la città di Berlino. E non posso raccontarlo qui, su un blog pubblico.
Invece vorrei parlarvi di Dylan. Ho incontrato Dylan in uno degli appartamenti in cui sono stata ospitata, nel quartiere di Schöneberg. Dylan veniva da Varsavia - dove aveva insegnato inglese per un semetre, alloggiando in uno spartano studentato, con un bagno che era sempre "fuckin' cool!" - ma era originario di San Francisco. Non so altro di lui, tranne che era timido, gentile e generoso, che non aveva un orologio da polso, ma andava in giro con un orologio da tavolo inglese di legno dei primi del '900 stipato nello zaino, e quando qualcuno per strada gli chiedeva l'ora, Dylan apriva la cerniera del suo zainetto di cotone gonfio e liso e tirava fuori questo grosso, antiquato orologio da tavolo. So anche che era gentile e generoso, dicevo, ed ho ottime ragioni per affermarlo. La prima notte a Schöneberg la stanza degli ospiti era piuttosto affollata. Eravamo in nove a dormire in 16 mq scarsi di pavimento. Ed io ero l'unica senza sacco a pelo e senza materassino. Mi stavo rassegnando stoicamente ad avvolgermi nel mio cappotto e ad affrontare una notte scomoda e gelida, quando Dylan mi ha offerto il suo sacco a pelo. "Tanto io sono sotto il termosifone" ha detto.  Un sacco a pelo magnifico, di quelli soffici e caldissimi in piuma adatti alle notti  artiche. Grazie Dylan.
Il mattino seguente l'ho accompagnato in stazione. Al Banhof Zoo ci siamo separati. Io potevo comprare il biglietto anche lì e lui aveva il treno ad Hauptbahnhof, la stazione centrale.
Dylan ha tirato fuori il suo orologio da tavolo inglese in legno massiccio per controllare l'ora.
"Torni a Varsavia?" gli ho chiesto.
"No, a San Francisco."
"Non ti piace Varsavia?"
"Troppo triste. Troppo freddo" risponde con un mezzo sorriso. "E tu?"
"Non lo so. Speravo di trovare a Berlino un specie di rivelazione, di capire cosa fare, come vivere. Ma sono ancora più confusa. Ho anche pensato di venire a vivere qui. Non so, sono molto confusa."
"Anch'io." ha detto lui pensieroso. "Non so cosa farò adesso".
Ci siamo abbracciati. Poi Dylan è scomparso su per la scala mobile dell'U-bahn ed io mi sono messa in fila per il biglietto.
"E allora?" mi ha chiesto una persona quando gli ho raccontato questo episodio. Come se vi cercasse un senso, una morale, una fine. Non c'è.
Solo due anime che si incontrano al Banhof Zoo e si confessano il proprio smarrimento. E si separano (forse) per sempre.
Non so molto di Dylan. So che è timido, gentile e generoso. So che viaggia con un orologio da tavolo inglese dei primi del '900 nello zaino. So che è di San Francisco ed ha insegnato inglese per un semestre a Varsavia. Ma l'ha lasciata, perché è troppo triste e fredda. So che non sa cosa farà, che il futuro è una nube ingarbugliata e oscura, e i segni del passato sono infidi come i sogni, difficili da interpretare. So che Dylan è un'altra strada incrociata solo per un istante, che si perde lontano.
postato da: uiuisa alle ore 12:42 | link | commenti | commenti
categorie: viaggi, colori
martedì, 29 gennaio 2008

I venditori porta a porta di aspirapolvere e la natura mimetica del desiderio.

Qualche settimana fa ho ricevuto la visita di un venditore porta a porta e l’evento mi ha fatto riflettere sulla natura mimetica del desiderio. Ma questo era già annunciato nel titolo e si presume che io ora debba spiegare il come e il perché. Dunque, quando ho accettato di prendere l’appuntamento per la dimostrazione sapevo già che non avrei mai comprato l’aspirapolvere costruito con materiali della NASA che il tizio voleva propormi alla oceanica cifra di 4000 euro, anche se le sue parole sembravano suggerire che il miracoloso aggeggio era in grado di fermare le pestilenze e gli altri tre cavalieri dell’Apocalisse, nonché gli invisibili batteri alieni che si nascondono nei materassi per fiaccare lo spirito degli onesti lavoratori  e dei loro pargoli con nefaste malattie respiratorie, e neanche se si fosse trasformato in una navicella spaziale l’avrei comprato (anzi, forse in quel caso ci avrei fatto un pensiero). In definitiva, io volevo solo farmi pulire il materasso e magari anche i cuscini del divano-letto, che, non avendo un telo coprente, stanno accumulando polvere da circa quattro anni.

Immagino che le miei intenzioni siano balenate con chiarezza nella giovane ma arguta mente del venditore non appena ha messo piede nel mio monolocale. Anzi, forse giusto un secondo dopo che si era ripreso barcollante dall’inciampo nella bicicletta parcheggiata all’ingresso in mezzo a pile traballanti di riviste e buste per la raccolta differenziata. E se anche il monolocale fosse stato solo una copertura per un palazzo a 110 stanze in cui si accedeva dal ripostiglio soppalcato (e da ciò si deduce A- che avevo i soldi; B- che se avevo un castello magico nel soppalco non avevo mica bisogno dell’aspirapolvere!), l’evidente disordine e qualche sano deposito di polvere negli angoli dove non arriva la scopa lasciavano presagire che comunque non avrei comprato niente. Nonostante ciò, il ragazzo è stato gentile e ha fatto il suo dovere, pulendo, nel suo completino elegante, un po’ il pavimento, il materasso e, sotto mia richiesta, anche i cuscini del divano-letto. Nel frattempo, chiacchierando del più e del meno (no, in realtà lui recitava i poteri dell’aspirapolvere, ed io gli davo corda con esclamazioni e commenti ammirati, tanto perché non si dimenticasse di pulirmi tutto il materasso e anche i cuscini, che non erano previsti nella dimostrazione), ha scoperto che cerco un lavoro e si è prodigato nel tentativo di reclutarmi nel magico mondo dei venditori porta a porta.

Venditore: Guarda che si guadagna tantissimo. Un ragazzo che lavora da noi da due anni si è già comprato la mercedes e ha aperto il mutuo per un appartamento in centro. Ma ti rendi conto che a vent’anni già ti puoi fare il macchinone?

Io: Uhm

Venditore: E poi si sta bene. La mattina ci incontriamo in sede, mettiamo la musica, e facciamo degli esercizi di autoconvinzione per migliorare la fiducia. Stiamo lì un’ora, ci carichiamo tutti insieme…

Io: Uh. (………) Ci penserò. Lasciami il numero, magari.

No, non ho mai chiamato, anche se la prospettiva di assistere a questi riti mattutini di caricamento mi incuriosiva non poco.

Ora, senza mezzi termini, è chiaro che il ventenne venditore in carriera deve avermi classificata come una intellettualoide sfigata, ed io devo aver pensato a lui come a un amorfo fighetto. Non ha immaginato neanche per un secondo che il macchinone e i soldi non fossero al top delle mie priorità. Ed io, nel profondo e nonostante il mio relativismo, ho sempre reputato tali aspirazioni vuote e sinceramente poco allettanti (a parte che odio guidare), considerando degli idioti quelli che le coltivano. I nostri desideri sono differenti perché imitiamo modelli differenti (per il concetto di “natura mimetica del desiderio” vedi il saggio “La violenza e il sacro” di Renè Girard). Secondo Girard tutti abbiamo uno o più modelli e desideriamo quello che crediamo siano i desideri del nostro modello. E, data la natura del desiderio, tendiamo a reputare di valore assoluto i nostri modelli e a svalutare quelli degli altri, se non a rifiutare di riconoscerli. Se le differenze culturali si fanno tanto aspre e irrisolvibili sarà perché sono alimentate dell’ardore primario, viscerale e irrazionale del desiderio?

Ovviamente questi modelli e relativi desideri devono essere “legittimati” (per usare un concetto di Pierre Bourdieu), ovvero devono essere riconosciuti dal contesto sociale e culturale di riferimento. L’immediata conseguenza è avere dei rivali anche se desideri cose scomode o di nicchia. Perché vi è la necessità che l’oggetto del desiderio sia convalidato da qualcun altro, sia condiviso. E, conseguentemente, sia conteso. E di qui la violenza della competizione.

Condiviso e conteso sono termini interdipendenti nel campo del desiderio.

E’ possibile che qualcuno desideri un oggetto che nessuno ha mai desiderato? Penso di sì, ma solo involontariamente, perché interpreta male (o meglio, in modo singolare e innovativo) i desideri del suo modello. E da qui che hanno origine i pazzi. E i santi, credo. Solo che questi originali ermeneuti tendono a diventare immediatamente dei modelli per altri. E, per imitazione, diventano discepoli di se stessi. E rientrano nel corpo della società, mai più soli nel desiderio, in competizione con se stessi e con i propri discepoli.

Ok, se siete arrivati a leggere fin qui, passiamo alle conclusioni:

  1. Lo confesso, nascondo un palazzo di 110 stanze nel soppalco ed è lì che si riuniscono i venditori dell’aspirapolvere della NASA. Gli esercizi che fanno per caricarsi in realtà sono forme di indottrinamento rapido di arti marziali, tecniche di guerra psichica di Vega 10 e pensiero unilaterale pluricentrico, detto altrimenti: si preparano a conquistare il mondo.
  2. A causa dello studio dell’antropologia non riesco più a disprezzare davvero chi la pensa in modo diverso da me, chi ha gusti diversi, e non posso più odiare sinceramente chi ha modelli e desideri differenti (per non parlare del disagio di non poter più considerare naturali i miei sentimenti, gusti e desideri, ma di riconoscerli come derivazioni culturali). Per questo motivo, per poter esercitare quei meccanismi di competizione e violenza che ho inevitabilmente incorporato dall’infanzia, ho deciso di odiare l’antropologia.
postato da: uiuisa alle ore 20:13 | link | commenti (8) | commenti (8)
categorie: racconti, colori
mercoledì, 16 gennaio 2008

Scarabocchi a margine

#1
Del pericolo che una serata in discoteca e un cocktail di troppo inducano al misticismo.
Gambe, scarpe in moto robotico. Conformazioni differenti di carne, galassie di ossa capelli stelle di bigiotteria. Cerco di indossare un "carattere ombroso". Mi chiedono se mi annoio. Sono senza entusiasmo. Davanti a me una ragazza con una lunga cicatrice sul braccio sinistro. Non esistono.
Se tutti i componenti di questa folla esistessero per me, mi perderei.
Forse Dio è colui che sente l'esistenza di ognuno.

#2
Del non sapere cosa fare.
Cosa ti trovi ad essere?
Trovare un lavoro, apprendere le regole del vivere sociale, farsi passare una canna, svegliarsi alle 4 di mattina per assistere alla creazione del mondo, controllare la data di scadenza prima di comprare il latte. Attendere una morte giusta.

#3
Dell'alienazione e del dirigere proficuamente i flussi chimici del cervello.
Non partecipare alla grande alienazione, ma coltivare la propria piccola, personale alienazione come un giardino prezioso.
In fondo viviamo tutti differenti livelli di alienazione, selezionando solo determinati aspetti della realtà. La visione totale ci è preclusa. Siamo sempre esclusi da uno o più settori. Quelli che nel senso comune si definiscono "alienati" sono semplicemente esclusi dai settori più importanti, o più efficaci, o più alla moda. Sono forse meno svegli, o non hanno saputo interpretare i segni dell'alienazione all'ultimo grido, e probabilmente un'educazione sociale sbagliata li ha portati a disperdere i flussi chimici del cervello in azioni e sensazioni fuori moda. O profetiche. Se vedete un barbone trascinare un carrello della spesa pieno di bottiglie d'acqua piovana mentre grandina a dirotto forse sta dirigendo i flussi chimici verso una necessità futura, quando dopo la glaciazione ci saranno il deserto e la sete infinita. Non è un alienato, è solo prudente e previdente.
Ma l'alienzazione perfetta è quella degli scarafaggi, che erediteranno la terra. Forse dovremmo tutti allenarci ad allineare i nostri flussi chimici alla frequenza di quelli essenziali e saggi degli scarafaggi.
postato da: uiuisa alle ore 19:56 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: colori
domenica, 06 gennaio 2008

Love Stories

Il mio secondo cortometraggio. Nonostante gli effetti casalinghi è ancora quello che preferisco.  Consiglio di guardarlo dalla sezione multimedia e non  direttamente da questo post, poiché qui lo schermo è davvero microscopico...  (gli splinderiani lo sapranno già.)

postato da: uiuisa alle ore 17:01 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: corti, colori
martedì, 01 gennaio 2008

Genesi... e ritorno.

Ho passato l'ennesimo capodanno a ricordare nostalgicamente quelli che sono stati gli anni più belli della mia vita.  Studiavo cinema all'Accademia de L'Aquila e passavo la maggior parte del tempo a lamentarmi di quanto fosse vuota e provinciale quella città, e ad autodistruggermi un pochino.  E l'altra metà a fare dei folli corti dilettanteschi . Solo che allora non lo sapevo che erano giorni tanto preziosi.
I corti che da oggi presenterò su questo blog sono girati in modo artigianale e montati con le centraline in analogico. Ora ho la possibilità di risistemarli con avid, ma ho preferito non ritoccarli, poiché li sento più simili a dei "filmini" dei ricordi, che a dei prodotti con pretese "artistiche". Perché quando li guardo penso a quanto era stato difficile trovare una donna incinta. E al fatto che allora non avevo internet. E quindi per trovare i versetti della Genesi, visto che nessuno dei miei amici aveva la Bibbia, ero andata in chiesa. E la perpetua mi aveva aperto con sospetto. E avevo finto una crisi mistica per entrare nell'appartamento del prete a leggere la Bibbia. E mentre ricopiavo i versetti su un foglietto il prete mi guardava incerto se chiamare la polizia o trovare credibile una tale urgenza di leggere i testi sacri (e comunque non è facile fingere con efficacia una crisi mistica se si è atei). E di quando alle 5 del mattino per un corto di un mio amico abbiamo mummificato un nostro compagno con un lenzuolo stracciato e l'abbiamo sepolto fra le foglie in un bosco. E gli ho prestato le mie calze di nylon per tenerlo un pò caldo, che c'erano 7 gradi sotto lo zero. Poi si è preso comunque la bronchite (collant o no, stare nel terreno umido a quella temperatura non è salutare), ma eravamo disposti a tutto, ci prestavamo ad ogni azione massacrante, sadica e assurda per attuare le reciproche visioni. E di quando ho riempito il frigo di mani mozze e croci di cioccolato (per gli "effetti speciali" di un altro corto), destando le comprensibili preoccupazioni dei genitori della mia coinquilina in visita. Erano corti assurdi, girati male, anche brutti, ma erano anche stupendi e vivi.
Ho deciso di pubblicarli sul blog per ricordare. E perché amo le persone con cui ho vissuto in quegli anni. Persone che sono cambiate, hanno preso altre strade, come è naturale che sia. E forse per alcuni di loro non è stato un periodo così importante come lo è stato per me. Probabile che sia io l'unica sfigata. E, semmai qualcuno dei miei vecchi amici dovesse capitare su questo blog, spero che possa guardarli come li vedo io, come ricordi preziosi.
Gli altri amici e visitatori sono comunque invitati a guardare questo mio primo corto e a lasciare, se vogliono, un commento.
 

postato da: uiuisa alle ore 19:01 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: corti, colori
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