Si dice che la vita in una relazione stabile (convivenza o matrimonio) sia una noia mortale. Parole come "avventura", "eccitazione", "passione" sono quasi unanimemente associate a chi passa da una storia all'altra, alle relazioni brevi.
Si pensa agli avventurieri del sentimento come a spiriti liberi amanti del cambiamento. I monogami, invece, amerebbero la sicurezza e sarebbero avversi alla legge del mutamento.
Niente di più falso. Chi passa da un'amore all'altro resta sempre lo stesso, non si mette mai in discussione, perché non ne ha bisogno. Appena l'altro glielo richiede, semplicemente tronca la relazione. Il "farfallone amoroso" è più rigido di una radice di baobab, ancorato al centro del proprio essere con puerile egocentrismo. In fondo ama solo se stesso.
Una relazione è come una sfera di vetro in equilibrio s'uno spillo.
Più il tempo passa, più la sfera cresce ed è sempre più difficile tenerla in equilibrio. Ha bisogno di una costante scoperta dell'altro, di continui aggiustamenti, di essere disposti a cambiare qualcosa di sé, di sacrificio e passione, di cure certosine e inesausta attenzione. Non puoi mai rilassarti, c'è sempre qualcosa che entrambi devono fare perché la sfera non si schianti. Il risultato è una pace apparente, ma quanta tempesta in questa quiete!
E' facile innamorarsi e cominciare una nuova storia perché in sostanza devi fare sempre gli stessi passi. Dopo un po' sei un bravo ballerino, li sai a memoria. E' come rifare sempre il primo livello di un videogioco. Cosa c'è di eccitante in questo?
I veri avventurieri sono quelli che salgono sullo spillo, quelli che nonostante la paura di sbagliare accettano di imparare i nuovi passi, quelli che si buttano nei livelli successivi del gioco, anche se, si sa, sono sempre più difficili e la posta in gioco cresce.
Certo, può suonare strano e persino sospetto che la vita più eccitante sia quella matrimoniale (o di convivenza o quello che vi pare, anche la coppia "aperta" se funziona).
Una sfera in equilibrio s'uno spillo sfida costantemente la legge di gravità, così come la monogamia, dicono alcuni, sfida costantemente la legge di natura.



Qualche settimana fa ho ricevuto la visita di un venditore porta a porta e l’evento mi ha fatto riflettere sulla natura mimetica del desiderio. Ma questo era già annunciato nel titolo e si presume che io ora debba spiegare il come e il perché. Dunque, quando ho accettato di prendere l’appuntamento per la dimostrazione sapevo già che non avrei mai comprato l’aspirapolvere costruito con materiali della NASA che il tizio voleva propormi alla oceanica cifra di 4000 euro, anche se le sue parole sembravano suggerire che il miracoloso aggeggio era in grado di fermare le pestilenze e gli altri tre cavalieri dell’Apocalisse, nonché gli invisibili batteri alieni che si nascondono nei materassi per fiaccare lo spirito degli onesti lavoratori e dei loro pargoli con nefaste malattie respiratorie, e neanche se si fosse trasformato in una navicella spaziale l’avrei comprato (anzi, forse in quel caso ci avrei fatto un pensiero). In definitiva, io volevo solo farmi pulire il materasso e magari anche i cuscini del divano-letto, che, non avendo un telo coprente, stanno accumulando polvere da circa quattro anni.
Immagino che le miei intenzioni siano balenate con chiarezza nella giovane ma arguta mente del venditore non appena ha messo piede nel mio monolocale. Anzi, forse giusto un secondo dopo che si era ripreso barcollante dall’inciampo nella bicicletta parcheggiata all’ingresso in mezzo a pile traballanti di riviste e buste per la raccolta differenziata. E se anche il monolocale fosse stato solo una copertura per un palazzo a 110 stanze in cui si accedeva dal ripostiglio soppalcato (e da ciò si deduce A- che avevo i soldi; B- che se avevo un castello magico nel soppalco non avevo mica bisogno dell’aspirapolvere!), l’evidente disordine e qualche sano deposito di polvere negli angoli dove non arriva la scopa lasciavano presagire che comunque non avrei comprato niente. Nonostante ciò, il ragazzo è stato gentile e ha fatto il suo dovere, pulendo, nel suo completino elegante, un po’ il pavimento, il materasso e, sotto mia richiesta, anche i cuscini del divano-letto. Nel frattempo, chiacchierando del più e del meno (no, in realtà lui recitava i poteri dell’aspirapolvere, ed io gli davo corda con esclamazioni e commenti ammirati, tanto perché non si dimenticasse di pulirmi tutto il materasso e anche i cuscini, che non erano previsti nella dimostrazione), ha scoperto che cerco un lavoro e si è prodigato nel tentativo di reclutarmi nel magico mondo dei venditori porta a porta.
Venditore: Guarda che si guadagna tantissimo. Un ragazzo che lavora da noi da due anni si è già comprato la mercedes e ha aperto il mutuo per un appartamento in centro. Ma ti rendi conto che a vent’anni già ti puoi fare il macchinone?
Io: Uhm
Venditore: E poi si sta bene. La mattina ci incontriamo in sede, mettiamo la musica, e facciamo degli esercizi di autoconvinzione per migliorare la fiducia. Stiamo lì un’ora, ci carichiamo tutti insieme…
Io: Uh. (………) Ci penserò. Lasciami il numero, magari.
No, non ho mai chiamato, anche se la prospettiva di assistere a questi riti mattutini di caricamento mi incuriosiva non poco.
Ora, senza mezzi termini, è chiaro che il ventenne venditore in carriera deve avermi classificata come una intellettualoide sfigata, ed io devo aver pensato a lui come a un amorfo fighetto. Non ha immaginato neanche per un secondo che il macchinone e i soldi non fossero al top delle mie priorità. Ed io, nel profondo e nonostante il mio relativismo, ho sempre reputato tali aspirazioni vuote e sinceramente poco allettanti (a parte che odio guidare), considerando degli idioti quelli che le coltivano. I nostri desideri sono differenti perché imitiamo modelli differenti (per il concetto di “natura mimetica del desiderio” vedi il saggio “La violenza e il sacro” di Renè Girard). Secondo Girard tutti abbiamo uno o più modelli e desideriamo quello che crediamo siano i desideri del nostro modello. E, data la natura del desiderio, tendiamo a reputare di valore assoluto i nostri modelli e a svalutare quelli degli altri, se non a rifiutare di riconoscerli. Se le differenze culturali si fanno tanto aspre e irrisolvibili sarà perché sono alimentate dell’ardore primario, viscerale e irrazionale del desiderio?
Ovviamente questi modelli e relativi desideri devono essere “legittimati” (per usare un concetto di Pierre Bourdieu), ovvero devono essere riconosciuti dal contesto sociale e culturale di riferimento. L’immediata conseguenza è avere dei rivali anche se desideri cose scomode o di nicchia. Perché vi è la necessità che l’oggetto del desiderio sia convalidato da qualcun altro, sia condiviso. E, conseguentemente, sia conteso. E di qui la violenza della competizione.
Condiviso e conteso sono termini interdipendenti nel campo del desiderio.
E’ possibile che qualcuno desideri un oggetto che nessuno ha mai desiderato? Penso di sì, ma solo involontariamente, perché interpreta male (o meglio, in modo singolare e innovativo) i desideri del suo modello. E da qui che hanno origine i pazzi. E i santi, credo. Solo che questi originali ermeneuti tendono a diventare immediatamente dei modelli per altri. E, per imitazione, diventano discepoli di se stessi. E rientrano nel corpo della società, mai più soli nel desiderio, in competizione con se stessi e con i propri discepoli.
Ok, se siete arrivati a leggere fin qui, passiamo alle conclusioni:
