Trovare una camera in appartamento a Roma era più complicato che farsi rapire dagli alieni (Pamelo ci aveva provato, ma le liste d’attesa erano lunghissime e i requisiti per l’ammissione più vaghi e misteriosi di quelli necessari per lavorare in televisione).
Certe persone erano disposte a uccidere per un monolocale di 10 mq con vista sulla tangenziale di via Prenestina. E se avessero ucciso davvero avrebbero sicuramente goduto di un alloggio più ampio e confortevole.
Per usufruire del privilegio di pagare 500 euro al mese per una cameretta grande quanto un frigorifero e condividere bagno e cucina con una mezza dozzina di persone, bisognava passare selezioni durissime.
La prima cominciava dagli annunci: doveva scartare quelli in cui accettavano solo ragazze, solo studenti, solo lavoratori, solo entrambi (Pamelo non apparteneva a nessuna di queste categorie, poiché era ancora disoccupato), solo ragazzi prestanti e coi capelli neri, solo infermiere, solo avvocati, solo agenti della CIA sotto copertura, solo membri della massoneria, solo avventisti del settimo giorno, solo cristiani ortodossi, solo ragazze pulite e ordinate, possibilmente single, solo alieni travestiti da agenti della CIA sotto copertura, solo matricole, solo liberi professionisti con reddito dimostrabile, solo donne con percentuale maschile inferiore al 10%, solo gattare de Roma, solo impiegati della pubblica amministrazione travestiti da agenti della CIA che si spacciano per alieni sotto copertura.
Trovato l’annuncio giusto, bisognava presentarsi ai colloqui di selezione, ovvero alla visita dell’appartamento. Pamelo a tal proposito trovava molto utili i consigli che di solito elargiscono su internet per presentarsi a un colloquio di lavoro. Vestirsi bene, controllare il nervosismo, fare attenzione alla comunicazione non verbale; mostrarsi sicuri di sé, ma umili; suggerire una forte volontà di ottenere il posto, ma fingere anche che non importi molto; sorridenti, ma seri; tranquilli, ma anche tesi; determinati, ma flessibili.
Pamelo si presentava alle visite con una grande agitazione e confusione (e non solo a causa dei consigli letti su internet). Lo sottoponevano ad interrogatori estenuanti e assurdi sui suoi orari, sulle preferenze alimentari e sessuali, e gli richiedevano dimostrazioni pratiche di pulizia della casa ed economia domestica. Così spesso si ritrovava a pulire e disinfettare interi appartamenti, sotto lo sguardo vigile e arcigno dei presunti futuri coinquilini, e senza ricavarne nulla. Perché poi il posto lo davano a un amico, o a uno che si era portato dietro detersivi migliori.
Dopo tanto penare, vagabondare e ramazzare, Pamelo trovò una camera in un bilocale seminterrato, da condividere con un impiegato a progetto addetto al recupero dati per una grande azienda di prodotti farmaceutici (probabilmente il concetto di “impiegato a progetto” era il bug che ispirava a scrivere i contraddittori manuali di consigli per un colloquio di cui sopra).
Il suo coinquilino si chiamava Marcovaldo Asdrubale Rossi (suo padre doveva soffrire di un profondo senso di inferiorità per il troppo comune cognome). Era sempre sorridente, ma serio, coi capelli impomatati e il taglio preistorico, gli occhietti vispi e le guance più rosse di quelle di Heidi. Sembrava fosse nato sul set di un telefilm per famiglie negli anni ’50 in America, e fosse stato ibernato e riprogrammato per vivere nell’Italia del 2000 da un astronauta russo orbitante sulla terra che per anni aveva captato solo le trasmissioni di quiz e giochi a premi made in italy.
Pamelo aveva vissuto con gente ben più insolita, e in fondo neanche lui godeva di perfetta salute mentale. Era fiducioso che sarebbero andati d’accordo, lui e Asdrubale, che si sarebbe creato un buon rapporto da coinquilini, e che sarebbe andato tutto bene.
Tuttavia si sentiva solo, e aveva tanto bisogno di qualcosa di più di un corretto e rispettoso rapporto di condivisione di un bilocale seminterrato.
La città era immensa e distante, e si scopriva sperso, non ne vedeva i confini, non ne trovava il centro. E sembrava che i milioni di persone che l’abitavano fossero estranei come specie differenti, come un batterio di meteorite per una collaboratrice domestica, universi non comunicanti, infiniti e soli. Trascorse la prima settimana chiuso nella sua cameretta a guardare le gambe dei passanti dalla finestra. I modelli di scarpe erano meno fantasiosi d’inverno, ma questo l’avrebbe appurato solo dopo qualche mese. Aveva affrontato settimane di ricerche per un appartamento. Trovare un lavoro sembrava ancora più complicato. E gli mancavano terribilmente gli amici del paese. Persino quando aveva vissuto tra gli elfimeri non gli erano mancati tanto.
Pamelo era ben felice di lasciare la complicata società elfimera e tornare al mondo umano, anche se provava già una incomprensibile nostalgia per le chiacchierate differite con i suoi compagni di lavoro, e in particolare con la sua amica Baccasfondata. La cosa strana era che ricordava con affetto anche i momenti peggiori, come il buio e il silenzio dei cunicoli, la ginnastica che li costringevano a fare tutte le mattine a piedi scalzi sul terreno brinato, la diarrea che gli veniva sempre dopo i pasti a base di more e mirtilli. Ne dedusse che la mente umana era programmata in maniera difettosa rispetto a quella elfimera. Mentre quelli provano per un evento passato l’esatta emozione che questo dovrebbe suscitare (e che al momento avevano rimandato), gli umani finiscono per inzuccherare anche i ricordi peggiori, così solitamente si affezionano e si adattano a tutte le condizioni (alcuni la chiamano flessibilità), anche se hanno avuto una vita di merda. Oppure, se le cose girano davvero male, a guardare come passi falsi o insignificanti momenti illusori anche i periodi più felici che hanno avuto in passato.
Mentre si perdeva in speculazioni comparative sulle due culture, Puffinbocca gli arrivò alle spalle di soppiatto. Era vestito con una felpa rossa unta su un paio di mutande bianche con una scritta sul bordo. Sotto ancora portava dei pantaloni larghi in tessuto sintetico brevetto cinese.
BUH! Gli fece, piombandogli addosso e mandandolo a ruzzolare giù per il fosso dove si erano incontrati la prima volta (e che nel frattempo era diventato una vera discarica a cielo aperto).
Pamelo si arrampicò fra i rifiuti con la ferma intenzione di strangolare l’elfimero, ma, una volta su, era troppo affannato e stravolto, e la pausa che fece per prender fiato permise al simpaticone di prendere le distanze
“Se mi fai del male resterai un elfimero per sempre” strillò.
“Non… puff…importa… sarò un elfimero felice”
“Non c’è ragione di alterarsi. E’ stato un scambio equo e consensuale”
Pamelo si calmò, anche se non era affatto d’accordo sull’equità dello scambio: ma restare un nanetto peloso per tutta la vita era l’ultimo dei suoi desideri.
“Allora” chiese Puffinbocca. “Raccontami un po’: ti è piaciuto vivere nel bosco? Che hai fatto di bello?”
“Mah, mi sono spezzato la schiena a scavare cunicoli e raccogliere cacche di cinghiale in estate, ho raccolto tonnellate di foglie in autunno e spalato la neve in inverno. E tutto il tempo senza avere una conversazione decente, con gente che rideva alle mie battute dopo due mesi e mi serviva vendette a freddo. Ho scontato cinque anni di lavori forzati al posto tuo, ma questo già lo sapevi. Ora devo trovarmi un lavoro e tutto quello che conosco è il vostro assurdo e inutile sistema di comunicazione differito”
“Fidati, in genere quello che studiate nelle vostre università non è più utile ad affrontare il lavoro e la vita da adulti di quanto lo sia il nostro sistema conversazionale” rispose l’elfimero con aria saputa.
“Anch’io non ho avuto un attimo libero” continuò “Inserirsi nella vostra vita sociale è altrettanto difficile. La mattina mi alzavo a mezzogiorno per andare al corso. Mangiavo un paio di brioches prese dalla macchina a gettoni e chiacchieravo con altri umani e umane sul prato del campus. Tornavo a casa e mi guardavo un po’ di tv, sfondandomi di canne con i coinquilini. Poi dovevo essere abbastanza lucido per alzarmi e uscire con la mia ragazza. Ci riempivamo di alcol, andavamo a ballare, facevamo un po’ di sesso. Verso le tre tornavo a casa sfinito e sfidavo il mio compagno di stanza alla play-station fino all’alba.” L’elfimerò si fermò, scuotendo la testa a rimarcare quanto fosse stata stressante la sua esperienza di vita universitaria. Poi, notando che Pamelo diventava paonazzo di rabbia, si affrettò ad aggiungere: “Certi giochi sono davvero complicati, ma non ti ho fatto sfigurare, non temere. Reggi l’alcol che è una meraviglia, credimi, sei una leggenda”
“Ma hai studiato? Hai dato gli esami? Sono laureato, insomma?” si limitò a chiedere Pamelo, sorprendendosi che la propria reazione non fosse stata una furia omicida: forse la cultura elfimera l’aveva influenzato più di quanto immaginasse.
“Ma certo! Non ho mica bisogno di studiare io. Con un tocco di magia sei laureato con lode” disse Puffinbocca
“E… in cosa?”
“Lettere e filosofia”
“Oh no! Sono rovinato!” si disperò il giovane, strappandosi i capelli da elfimero.
Puffinbocca si affrettò ad effettuare la trasformazione, temendo che l’umano gli rovinasse la preziosa pettinatura a forma di cappello e, recuperata la forma originaria, sgattaiolò via in silenzio.
Pamelo si ritrovò solo nel bosco, vestito come un deficiente, col fegato di un cinquantenne e una laurea in lettere.
Ma fra gli elfimeri era cresciuto, aveva imparato a lavorare sodo e a controllare le emozioni. Nonostante tutto, ce l’avrebbe fatta. Così, pieno di fiducia e buona volontà, si recò al paese a salutare suo padre (l’elfimero aveva omesso che questi l’aveva cacciato di casa), per cominciare finalmente la sua vita da adulto nella capitale.
L’aspetto peggiore dei lavori forzati non era tanto di dover passare gli anni migliori della sua vita a spalare cacche di cinghiale e scavare cunicoli nel bosco, ma l’assoluta stupidità e mancanza di ironia degli elfimeri. Se faceva una battuta, restavano seri o se ne uscivano con banali considerazioni sul tempo e la caduta delle foglie in autunno; se invece raccontava una storia triste ridevano o facevano apprezzamenti sulla dolcezza delle bacche. Ogni volta che chiedeva perché l’avessero condannato rispondevano con frasi nonsense e proverbi.
Pamelo impiegò due anni a capire che gli elfimeri non erano né pazzi né ritardati, ma avevano un complicatissimo sistema di comunicazione differito. A rendere le cose ancora più difficili c’erano le diverse scuole di tecnica conversazionale. La più immediata era quella proposizionale-tri-differita semplice, detta anche “trallallero trallalà”.
Per fortuna Baccasfondata, la compagna di catena di Pamelo, apparteneva a questa scuola. Ecco un esempio delle loro conversazioni.
Pamelo: Che caldo oggi!
Baccasfondata (Bacca per gli amici): Trallallero
Pamelo: Non riuscivo proprio ad alzarmi stamattina
Bacca: Trallalà
Pamelo: Scusa, ma che stai cantando?
Bacca: Arriva l’estate.
Pamelo: Mai sentita ‘sta canzone… sai che ci danno per il rancio oggi?
Bacca: Anch’io
Pamelo: Sé, ma come fai a cantarla se non l’hai mai sentita? Senti, ma a te per cosa ti hanno condannato?
Bacca: Niente
Pamelo: Anch’io sono innocente: mi hanno incastrato. Non è che, per caso, sai di cosa sono accusato?
Bacca: Pasta e fagioli.
Pamelo: Cosa?! Cinque anni di lavori forzati per una pasta e fagioli?
Bacca: Non sono fatti tuoi!
Pamelo: Certo che sono fatti miei, in questo momento dovrei essere all’università, farmi una cultura, andare ai concerti, uscire con gli amici, invece sono qui a spezzarmi la schiena per una pasta e fagioli (Pamelo scoppia in sconsolati singhiozzi) Sobb! Sniff… hai un fazzoletto, per favore?
Bacca: Non lo so. Chiedilo al caposquadra.
Naturalmente Baccasfondata stava rispondendo alla domanda che Pamelo le aveva fatto tre turni prima, ma il giovane non aveva ancora capito il sistema “trallallero trallalà”, per cui smise di scavare e, asciugandosi le lacrime col dorso della camicia, chiese un fazzoletto al caposquadra.
Questi prima gli scoppiò a ridire in faccia e poi gli diede una bastonata sulla testa. Ciuffolotto, nonostante quel che si può arguire da questa reazione, non era un feroce secondino, ma un adepto alla scuola conversazionale dei Replicanti del Settimo Giorno, e stava semplicemente rispondendo a un fatto accaduto la settimana precedente.
Non c’è da sorprendersi che Pamelo si sentisse solo e incompreso e faticasse ad inserirsi nella società elfimera: c’erano più di 50 scuole conversazionali ed anche se avesse imparato le regole delle più semplici, ci sarebbero volute ore di equivoci e nonsense prima di capire a quale scuola appartenesse l’interlocutore.
Con quelli che si limitavano a differire qualche turno, come i Trallallero, bastava avere un po’ di pazienza. Ma con altri la risposta poteva arrivare dopo giorni o settimane, quando ormai Pamelo non ricordava neanche la domanda o l’informazione non gli serviva più.
Senza contare che poteva essere molto snervante l’attesa della reazione di un elfimero di cui aveva urtato la sensibilità. Magari al momento gli sorrideva o cantava una canzoncina e il giorno dopo, quando Pamelo se ne stava pacifico a spiluccare la sua minestra di frutti di bosco, l’elfimero offeso gli spediva una palla di fango nel piatto.
Dopo due anni di tentativi Pamelo venne finalmente a sapere il motivo per cui il suo usurpatore Puffinbocca era stato condannato.
Si trattava di “pigrizia generalizzata ed eresia conversazionale”. In pratica Puffinbocca se l’era spassata tutto il tempo. Si rifiutava di lavorare e di rendersi utile in qualunque modo e, avendo tanto tempo a disposizione, aveva inventato un’altra scuola conversazionale, per l’esattezza una variante della Turnazione Incrociata Multipla di Sette al Quadrato. Secondo la legge elfimera i cinque anni di lavori forzati non erano altro che la replica differita agli anni in cui il reo se n’era stato a poltrire. In genere la società elfimera era molto aperta alle nuove forme di comunicazione, ma prima che una nuova scuola venisse approvata e resa ufficiale, doveva essere seguita clandestinamente per circa cinque anni, tanto per introdurre un po’ di divertimento sovversivo. E l’inventore, dopo aver scontato la pena, diventava una celebrità.
Se Pamelo non avesse avuto fino a quel momento abbastanza motivi per odiare Puffinbocca, questa sarebbe stata la classica goccia… Ma il giovane, dopo aver progettato per mesi sanguinarie vendette, perse ogni interesse nel modo in cui avrebbe ucciso l’elfimero, finché decise che si sarebbe limitato ad ascoltare civilmente le sue ragioni, prima di agire.
Poteva aver imparato i vari metodi di comunicazione differita, ma restò sempre estraneo alla psicologia elfimera e alla capacità di programmare e rimandare le emozioni.
Perciò, quando giunse il sospirato giorno della liberazione e dell’incontro con l’usurpatore, Pamelo era d’animo molto più tranquillo e ragionevole di quanto avrebbe desiderato essere…
Era una mattina d’inizio autunno, una mattina uguale a tutte le altre nel ridente paese di Tataranni Costruzioni (ma leggermente diversa dalle mattine di fine estate e nettamente migliore di quelle del pieno inverno, forse più simile a certi pomeriggi di mezza primavera, con un po’ di brezza in più rispetto alle afose notti estive).
Il gallo di zia Elvira cantava nel pollaio, Beppo il giornalaio sistemava le riviste sugli scaffali, Zelda la matta si faceva la toeletta, il bovaro si preparava a far nascere un agnellino, compare Antonio alzava la saracinesca della sua cartoleria-tabaccheria (facciamo che gli altri 195 abitanti stavano ancora dormendo) e Pamelo fissava alternativamente la valigia pronta di fronte alla porta e il latte che si stava freddando nella tazza. Per lui non era una mattina come le altre perché alle cinque del pomeriggio il trenino della calabro-lucana l’avrebbe portato ad Eboli, e da lì un treno nazionale l’avrebbe finalmente condotto alla sua nuova vita nella capitale. Aveva atteso con ansia quel giorno, ma ora che era giunto provava una inesplicabile malinconia e cominciava a vedere per la prima volta la bellezza della sua terra natia.
Pamelo decise di dire addio alle strade del suo paese, ai boschi e ai calanchi con una passeggiata. Passò davanti al cortile della scuola e al campo di calcetto parrocchiale e si concesse una dolce pausa commemorativa nella piazzetta dove aveva architettato vite irrealizzabili con i suoi amici e baciato una ragazza per la prima volta. Si incamminò infine per un sentiero nel bosco, godendo del crepitio delle foglie secche sotto i suoi passi, e dell’odore umido e dolciastro dei funghi nati dalle prime piogge autunnali, mischiato a quello acre del fumo degli ultimi incendi dolosi estivi. Respirò a pieni polmoni, sentendo di avere il viso bagnato dalle lacrime, forse per il fumo, forse per la nostalgia, e sedette a guardare il paesaggio. A nord, i dorsi arcigni delle montagne serravano la stretta valle e il torrentello strozzato che l’attraversava, mentre verso ovest si distendevano le colline con i campi di grano e i boschetti di ulivi e alberi da frutta. Nel fondo del fosso ai suoi piedi, cinti da cespugli di more e ortiche stavano due sacchi plastica nera maleodoranti, quattro scatoloni di vecchie piastrelle da cucina, un frigorifero e una lavatrice, e su un tavolo operatorio giacevano un ombrello e una macchina da cucire, in una felice congiunzione artistica fra concretismo e surrealismo. Ah, pensò Pamelo, quanto mi mancherà tutto questo! Quanto mi piacerebbe restare a vivere qui, nei boschi, in mezzo a questa meravigliosa natura!
Espresse quest’ultimo desiderio ad alta voce, pensando di essere solo. Lo sportello del frigorifero in fondo al fosso si aprì di scatto e ne uscì un ometto con le orecchie a punta, vestito di verde e con un gran ciuffo di capelli corvini a forma di cappello. Sembrava proprio un elfimero.
Pamelo sobbalzò e disse: “Oddio! Tu sembri proprio un elfimero!”
“Lo sono, giovine!” replicò l’ometto saltellando su per il fosso “E ho udito il tuo desiderio. Puffinbocca al tuo servizio!”.
Pamelo provò una istintiva fiducia verso quella creatura che aveva un nome più buffo del suo e gli aprì il suo cuore. Gli raccontò di quanto aveva desiderato vivere delle avventure e di quanto odiasse la scuola, e che non aveva nessun desiderio di passare altri cinque anni sui libri in una uggiosa città. Gli sarebbe piaciuto fare il pirata, l’elfo (questo lo disse più che altro per ingraziarselo) o al massimo il contadino, ma suo padre voleva che diventasse un medico o un avvocato, o almeno un ingegnere informatico.
L’elfimero a sua volta gli confidò di quanto trovasse noiosa la vita nei boschi, con quelle interminabili assemblee degli animali in cui non si riusciva mai a decidere nulla e la complicatissima etichetta che si era costretti ad osservare alle cerimonie delle fate.
“Ehi! Ho un’idea!” disse infine Puffinbocca, fingendo che l’illuminazione gli fosse venuta proprio in quel momento “Facciamo uno scambio. Io prenderò le tue sembianze e farò l’università in quella uggiosa e trafficata città… come hai detto che si chiama? Roma? Frequenterò i corsi, darò gli esami e sgobberò al tuo posto. Tu prenderai le mie e vivrai le tue avventure nei boschi, fra feste fatate e bevute di rugiada. Fra cinque anni ci incontreremo in questo stesso posto e torneremo al nostro aspetto originario. Cosa ne dici? Affare fatto?”
“Figo!” esclamò Pamelo “Ci sto. Ci sto di brutto! Facciamolo subito!”
L’elfimerò sogghignò e, prima che una foglia appena morta si ricongiungesse alle sorelle sul terreno, prese l’aspetto del giovane Pamelo, che a sua volta si trasformò in un ometto col ciuffo a forma di cappello.
Intanto dal sentiero veniva un rumore di passi leggeri e di zoccoli di cinghiale.
“Addio, giovine! Divertiti e non bere troppa rugiada, mi raccomando!” disse Puffinbocca allontanandosi velocemente.
“Aspetta! Dove vai? Non so neanche dove abiti qui nel bosco”
“Non ti preoccupare, rilassati, eh? Fammi andare che perdo il treno.”
Lo scalpiccio era sempre più forte e vicino.
“Ma… è appena mezzogiorno” protestò Pamelo, vedendo che il sole era ancora a allo zenit e rendendosi conto che l’elfimero gli aveva fregato anche l’orologio. “Il treno ce l’hai alle cinque”
“Appunto, è ora di pranzo e tuo padre si preoccuperà se non mi vede arrivare. Ci si vede. Adios”.
Pamelo vide scomparire se stesso in fondo al sentiero e sospirò, pensando alla rapidità con cui aveva affidato il suo corpo e il suo futuro ad uno sconosciuto. Ok, ma chi se ne frega del futuro! Aveva davanti a sé cinque anni di pacchia: feste, giochi, ozio, fate avvenenti! E quel ciuffo a forma di cappello gli stava da dio.
“Su le mani, Puffinbocca, sei in arresto” disse una voce stridula alle sue spalle.
Pamelo fece per voltarsi ma un’altra voce gli intimò di fermarsi.
“Ladro e traditore, cercavi di scappare, eh?”
Con la coda dell’occhio il ragazzo vide un gruppo di elfimeri a dorso di cinghiale, armati di picche e bastoni. Una fata poliziotto che portava quadri e cuori, dopo averlo atterrato con una mossa di karate, gli mise le manette.
“Ehi, aspettate, io non sono quello che credete… sono una ragazzo, vengo dal paese e mi chiamo Pamelo. Stavo per andare all’università, ma un elfimero mi ha proposto uno scambio e io ho accettato… ahia! Mi fai male! Lasciatemi andare, ho il treno alle cinque!”
“Sì, sì, lo racconterai al giudice” disse la fata. Lo strattonò e aggiunge malignamente “Con questa bravata ti sei beccato un altro anno di lavori forzati”
“Un anno! Un anno intero… ma io non posso… quanti anni erano?”
“Cinque anni” disse l’elfimero con la voce stridula. “Hai cinque anni di lavori forzati da scontare”.
Pamelo era nato il 29 febbraio di un anno con 13 lune, in una frazione di un paesino della Val D’Agri che contava poco più di 200 anime (due terzi delle quali in prossimità di trasloco a miglior vita).
Sovrastava il paese l’enorme cartello pubblicitario di un’impresa edile: una scritta in Arial BOLD verde su sfondo bianco “TATARANNI COSTRUZIONI” e, sulla destra, il fedele disegno 3D di una serie di palazzoni in cemento in pieno stile horror architettonico anni ’80.
Lo stand era stato innalzato per l’informazione e il diletto degli automobilisti in viaggio sulla nuova strada che avrebbe collegato i comuni della valle alle Salerno-Reggio Calabria. Ma, a progetto approvato e malloppo incassato, la strada non era stata più costruita e il manifesto plastificato era rimasto lì ad ingiallire per anni.
All’età di sei anni Pamelo ebbe alcune fondamentali rivelazioni:
- Il suo paese non si chiamava “Tataranni Costruzioni”
- I numeri non arrivano fino a 50. E dopo il 50 non c’è subito il millemila.
- Gli elfimeri non esistono. Si chiamano elfi e non fanno concorrenza sleale a Babbo Natale, ma lavorano per lui.
- Le tazze da tè in genere non sono così brave a improvvisare coreografie da musical, ma tendono a sfracassarsi se provi a fargli fare un paso doble.
- Tutti muoiono prima di scoprire se l’universo è finito o infinito. Molti neppure ci provano. Lui ci avrebbe provato, ma sarebbe morto lo stesso. Prima.
- I suoi genitori avevano fatto un incredibile favore ai suoi già poco fantasiosi compagni di scuola, che grazie a quel nome non dovevano allenare l’immaginazione per trovare ulteriori motivi di scherno.
Suo padre, diversamente da quanto si potrebbe pensare, non era un appassionato di tette e surf, capace di infliggere al suo primogenito il nome di una star televisiva. Era il pastore dell’unica chiesa evangelica della valle e aveva pescato quel nome da uno dei dischi che gli spediva suo fratello, direttore di un’impresa discografica in Africa (Pamelo Mounk'A & les Bantous de la Capitale). Tuttavia Pamelo sostenne sempre la prima versione quando frequentò le medie e le superiori fuori dal paese: un padre maniaco sessuale e teledipendente era sicuramente più accettabile e meno strano di un pastore evangelico amante della musica etnica.
Trascorse l’adolescenza leggendo romanzi di pirati, astronavi, moschettieri e agenti segreti e provando una sempre più profonda insofferenza verso la vita piatta e noiosa che gli era toccata in sorte. Tuttavia non fu mai uno studente modello e pensava che il bovarismo fosse una malattia epizootica. Suo padre non riuscì nemmeno a farne un buon cristiano, poiché Pamelo sembrava credere che la stella cometa fosse l’astronave aliena che aveva deposto Gesù nella grotta, e che i suoi l’avessero lasciato fra un bue e un asinello a causa dell’inesatta identificazione della specie dominante sul pianeta. Infatti il giovane Pamelo frequentava un gruppo di balordi convinti che gli alieni li visitassero in sogno, che Elvis fosse il loro postino e che ci si può drogare leccando i francobolli.
Tutti questi elementi possono forse giustificare, o almeno contribuire a spiegare, la confusa e inesatta percezione del mondo e della società che aveva il diciottenne Pamelo, nel meraviglioso giorno in cui, con il trasferimento nella Capitale, aveva inizio la sua vita vera, sottoforma di cazzeggi universitari e sesso pomeridiano, conquiste a sconfitte, telefilm e cylum, conoscenza e sogni...
...continua lunedì prossimo.
